Circle of Sumo – Recensione

Il sumo (una forma di lotta corpo a corpo nella quale due sfidanti devono atterrare l’avversario dalla zona di combattimento detta dohyō) è sicuramente dire uno sport particolare rispetto molti altri, riconosciuto a livello competitivo e tradizionale. Il team di sviluppo italiano Yonder ha deciso di proporre su Nintendo Switch questo concetto, rendendolo un party game picchiaduro. Stiamo parlando di Circle of Sumo, arrivato su Nintendo Switch il 16 novembre 2018.

Circle of Sumo è un semplice videogioco party game che permette a 2-4 giocatori di sfidarsi a suon di botte di Sumo. Utilizzando uno tra gli 8 lottatori disponibili (4 maschi e 4 donne), i giocatori dovranno colpire l’avversario per buttarlo fuori dall’area di gioco. Per farlo, sarà necessario colpire l’avversario lanciandosi contro di lui, ma anche il nemico può fare la stessa cosa, anzi! Caricare il proprio attacco permetterà al giocatore di colpire duramente il nemico, lanciandolo fuori dallo stage con maggior facilità. In questi casi l’approccio offensivo potrebbe non bastare, e sarà fondamentale usare mosse come contrattacchi oppure schivate per aggiudicarsi la vittoria!

La modalità principale è strutturata in maniera assai semplice: il giocatore sfida l’avversario in uno dei tanti stage disponibili e deve guadagnare cinque punti il prima possibile. Ciò che rende interessante la modalità principale di Circle of Sumo è la grande quantità e varietà di arene. Il gioco vanta 24 stage, ciascuno con piccole variazioni rispetto l’altra. Oltre alla zona classica, questo videogioco propone livelli creativi come “Storm” (dove il giocatore deve giocare in un ambiente poco illuminato) e “Clock Garden” (in questo caso, al centro dell’arena saranno presenti delle lancette che disturberanno i giocatori). Tutto questo rende la modalità principale di gioco piuttosto creativa, incentivando i giocatori a provare ogni stage disponibile!

Circle of Sumo
Come potete vedere alcune arene devono essere sbloccate. Per attivarle serviranno soldi, che si guadagnano giocando. Nota bene: quando il giocatore apre il gioco avrà già a disposizione 5.000 monete!

Se il gameplay base di Circle of Sumo non ispira, sappiate che Yonder propone anche qualche chicca in più. Già da inizio gioco, infatti, potete accedere all’area “Extra Games” dove è possibile trovare 10 minigiochi ideati per allontanarsi un po’ dalla modalità principale. Qui potrete provare attività alternative come il Football di strada, l’Hokey su ghiaccio e due modalità di gioco pensate esclusivamente per il single player.

Circle of Sumo
Anche se la quantità di “extra games” può risultare piccola, bisogna ammettere che riesce sicuramente a farsi apprezzare. Molti di questi risultano esilaranti anche grazie ad alcuni piccoli dettagli, che rendono il tutto poco competitivo e goffo. Tutto ciò risulta apprezzabile e potrebbe provocare qualche risata

Dato che la struttura generale del titolo è piuttosto semplice, direi che possiamo passare ai difetti. Circle of Sumo è un progetto interessante, ma giocando si nota che qualcosa non torna.

Primo fra tutti, sappiate che il gioco propone solo due modalità in giocatore singolo, mentre il restante è esclusivamente multiplayer. Questo è probabilmente dovuto al fatto che non è presente una “morte improvvisa” nel 90% degli stage disponibili, e l’IA della CPU poteva rendere alcune lotte più lunghe del necessario. Oltre a questo tutte le classifiche proposte non presentano l’online ed in alcuni extra games non appaiono dettagli come il punteggio.

Circle of Sumo
Circle of Sumo non sarà il migliore dei party game, ma bisogna riconoscere che propone musiche e disegni ben fatti. È una gioia per le orecchie ascoltare i vari temi proposti!

Concludendo, cosa posso dire di Circle of Sumo? È un progetto semplice ma efficace, capace di regalare al giocatore ore ed ore di allegria. Il gameplay funziona e le varie modalità di gioco incentiveranno la rigiocabilità. A causa dei vari difetti, però, il titolo potrebbe non essere apprezzato in tutta la sua interezza. Comunque sia, lo consiglio a tutti coloro che hanno un piccolo gruppo di amici con cui condividere l’esperienza. In caso contrario, passate oltre.

Syberia 3 – Recensione

L’industria videoludica ci ha ormai abituato a sequel che ci mettono anni ad uscire. Gli esempi più famosi sono, sicuramente, The Last Guardian – ultimo titolo del geniale Fumito Ueda – o anche Fallout 4. Ovviamente, i percorsi di sviluppo di questi due giochi sono totalmente diversi, con il primo che ha visto un po’ di dramma (tipo Ueda che abbandona Sony, ma rimane come collaboratore esterno) ed il secondo che richiedeva soltanto tempo per essere portato a termine. Nel momento della loro uscita, le polemiche non sono venute a mancare. Fondamentalmente, volendo fare una sintesi forse anche abbastanza impietosa, la maggior parte delle lamentele indicavano il comparto tecnico come non conforme agli standard contemporanei. Nonostante questi lati negativi, rimane comunque indubbio che sia The Last Guardian che Fallout 4 sono dei giochi di uno spessore pazzesco che sono in grado di mostrare cosa è in grado di fare il nostro medium preferito. Nel corso dello scorso mese di Ottobre, sulle nostre Nintendo Switch è approdato Syberia 3, terzo episodio delle avventure di Kate Walker nelle terre siberiane. Come ho spiegato nella scorsa recensione, Syberia 1 fu pubblicato il 2002 per la prima volta, ed il secondo capitolo uscì due anni dopo, nel 2004. I fan di Kate Walker e della tribù degli Youkoul hanno dovuto aspettare ben 13 anni prima di poter di nuovo calpestare le terre incantate del mondo creato da Benoit Sokal. A distanza di un anno dall’uscita per PC, è il momento ora di ricominciare il nostro viaggio, ma questa volta sull’ibrida Nintendo.

syberia 3

La pubblicazione prima delle rimastered dei primi due capitoli e poi del bundle che li racchiude entrambi rappresenta sicuramente un incentivo per vivere la storia di Syberia tutta d’un fiato. Da questo punto di vista, il fan – o il futuro fan – non può che essere contento nel vedere che la piccola console Nintendo è una porta verso un mondo strano, abitato da tribù dimenticate e mammuth. Io posso dire di rientrare in questa categoria: ho adorato i primi due Syberia. Anche se non perfetti dal punto di vista narrativo e di gameplay, l’atmosfera che riuscivano a creare valeva da sola il prezzo del biglietto. Perciò, quando ho avviato Syberia 3 per la prima volta, le mie aspettative erano abbastanza alte: mi aspettavo un’altra volta una storia memorabile con puzzle che mi avrebbero dato del filo da torcere nella misura giusta. Purtroppo, Syberia 3 non possiede niente di tutto ciò.

syberia 3

Ricordate come era finito Syberia 2? Kate che guarda il suo amico Hans allontanarsi in groppa ad un mammuth? Ecco, la storia di Syberia 3 comincia con Kate priva di sensi in mezzo alla neve che viene salvata dagli Youkoul e portata in una clinica dato che le sue condizioni erano troppo gravi. Kate allora si sveglia dentro quest’ospedale, il quale si capisce subito che ha qualcosa di strano. Infatti, il dottore non vuole lasciare andare la nostra eroina e le dice che l’unico modo per andarsene è risolvere un puzzle, questa è la procedura standard (?). “Va bene”, mi sono detto, “si sa che Syberia ogni tanto contiene qualche scivolone narrativo o qualche espediente ingenuo, non c’è problema”. Non sapevo quello che sarebbe successo di lì a poco.

syberia 3

La storia di Syberia 3 presenta tanti di quei buchi e di quegli scivoloni che più volte ho dovuto combattere la voglia di lanciare la mia Switch nel lago (cit.). Due fra tutti non sono riuscito a digerire. Se avete giocato a Syberia 2, vi ricorderete che, ad un certo punto durante l’inizio, viene nominato questo detective che sta sulle tracce di Kate Walker – anche se poi questa sottotrama muore sul nascere. In questo terzo episodio, il detective torna ed effettivamente ha uno scambio con la protagonista. Tuttavia, il modo in cui gli sfuggiamo non ha assolutamente senso, ma soprattutto il personaggio scompare del tutto dalla trama senza alcun motivo. Altra cosa che mi ha fatto strappare i (pochi) capelli è la Dott.ssa Olga, la dottoressa cattivona che vuole metterci i bastoni fra le ruote. Ad un certo punto della storia, Kate manda un suo ‘amico’ anziano a recuperare una persona dalla clinica degli orrori. Poi, tutti insieme, si sarebbero dovuti incontrati altrove. Il problema sta nel fatto che Kate Walker, quando era prigioniera nella clinica, ha letteralmente origliato una conversazione della Dott.ssa Olga dove lei diceva che non voleva lasciar andare né Kate né gli Youkoul e che li avrebbe fermati in tutti i modi. Per quale motivo, allora, cara Kate, hai mandato una persona anziana tra le braccia del nemico? Ma soprattutto, per quale motivo, cara Kate, sei rimasta pure stupita che alla fine lo hanno preso prigioniero?!?!

syberia 3

In generale, la storia rimane vagamente piacevole, bisogna però riuscire a chiudere entrambi gli occhi (stretti stretti, mi raccomando) per passare oltre alle incongruenze della trama.

Ho adorato i puzzle di Syberia 1, un po’ di meno quelli del secondo, ma nonostante tutto ho sempre creduto che gli enigmi che ci venivano proposti erano di fattura pregevole, altre volte accettabile. In Syberia 3, i puzzle sono pressoché tutti simili, dove ci viene chiesto di attivare un determinato macchinario – il manuale del quale si trova sempre da qualche parte nello scenario. Mi sento comunque di spezzare una lancia in loro favore, perché se anche i puzzle non raggiungono i livelli di Syberia 1, non diventano inutilmente frustranti come quelli di Syberia 2.

syberia 3

Rispetto ai capitoli precedenti, Syberia 3 non solo ha gli ambienti completamente in 3D, ma presenta un sistema narrativo sulla falsariga di quelli della Telltale Games. Quindi, durante le conversazioni, potremmo scegliere che risposta dare al nostro interlocutore che cambierà il suo atteggiamento nei nostri confronti. Sfortunatamente, questo sistema non è sviluppato in maniera appropriata, dove le scelte o sono semplicemente binarie (es. ‘si’ o ‘no’) o è una sola ma detta in modo diverso così da dare l’illusione di prendere effettivamente una scelta.

syberia 3

Ad aggiungere legna al fuoco, ci pensa il comparto tecnico che mina inevitabilmente e pesantemente l’esperienza di gioco. Il framerate è molto ballerino ed il gioco non è estraneo ad episodi di freezing. Bug, collisioni, interi edifici che compaiono all’improvviso, chi più ne ha più ne metta. Un bug in particolare mi ha fatto quasi perdere la testa in fase di recensione: ad un certo punto del gioco, bisogna inserire degli ingranaggi per far partire un cancello, solo che Syberia aveva deciso che non potevo interagire con il macchinario – fortunatamente, il semplice riavvio ha risolto il problema. La grafica, pure, si presenta abbastanza datata. Non sarebbe un problema, se non fosse per i frequenti problemi tecnici. Nota particolarmente fastidiosa è il labiale dei personaggi assolutamente non sincronizzato con la voce: molto spesso un personaggio avrà finito di parlare, ma la sua bocca continuerà a muoversi. Non solo, il doppiaggio è decisamente di bassa qualità: togliendo la doppiatrice di Kate Walker (che è la stessa), gli altri attori difficilmente sono in grado di generare qualche responso emotivo nel giocatore (soprattutto la figlia di Steiner, lei parla troppo, troppo velocemente).

syberia 3

Purtroppo, a causa di tutti questi problemi tecnici, il comparto artistico non riesce a ‘salvare la baracca’ come faceva negli scorsi episodi. Unica nota positiva in questa marea di bug è la colonna sonora, decisamente migliore rispetto ai capitoli precedenti e l’unica cosa veramente in grado di generare atmosfera.

syberia 3

Per concludere, Syberia 3 purtroppo delude sotto molti punti di vista. Troppi i problemi dal punto di vista tecnico. Troppe le ingenuità e le incongruenze della trama. Queste sono la cosa che più influiscono sulla qualità di questo gioco: Syberia è un gioco di avventura, il suo scopo è quello di raccontare una storia. Grafica e puzzle mediocri possono essere salvati da una storia memorabile, capace di tenere i giocatori incollati allo schermo. Syberia 3 non ci riesce, e mi chiedo cosa ne sarebbe uscito fuori se lo sviluppatore si fosse preso molto tempo in più per lavorare su una storia degna di questo franchise. Per questo motivo, mi sento di consigliare Syberia 3 solo ai fan duri e puri di Benoit Sokal che vogliono vedere che fine ha fatto Kate Walker. Gran peccato, mi aspettavo molto da questo Syberia 3.

Party Hard – Recensione

Alla notizia che anche Party Hard sarebbe arrivato su Switch ho avuto un fremito, finalmente potevo rigiocare a quel piccolo capolavoro e portarlo con me ovunque sarei andato ma soprattutto anche tutta la popolazione Nintendara avrebbe goduto di un gioco che regala un divertimento assoluto a basso costo.

Avete mai sognato di essere, pensare ed agire come un serial killer? Bene, non sporcatevi le mani e la vostra fedina penale, con Party Hard potrete immergervi nei panni di uno spietato assassino senza rischiare la galera o almeno quella reale perché quella virtuale è sempre pronta per voi. Adorate anche gli slasher movie degli anni ’80 come Halloween di Carpenter e Venerdi 13 e avete sempre tifato per Myers o Voorhees? Ottimo, non potete non comprare questo videogame.

Party Hard
Si diano inizio alle danze… ed il solito buttafuori che rompe!!!

Creato sotto il motore Unity ed edito da TinyBuild, publisher molto attivo sotto l’egidia di mamma Nintendo che ci ha portato sulla piccola ibrida buoni giochi come Garage ed Hello Neighbor; Party Hard è nato dalla collaborazione di due piccoli studi, Pinokl Games e Kverta che grazie a tanta fantasia e voglia di stupire hanno estratto dal cilindro il proprio coniglio. Con un’idea semplice e dalla realizzazione tutto sommato elementare, debuttano il 25 agosto 2015 su Steam per poi portare la loro creazione su tutte le altre piattaforme incluso Android e Fire OS… non esiste quindi una persona che possa non conoscere il gioco anche perché merita davvero la vostra attenzione.

Intendiamoci, sicuramente non è privo di difetti ma sicuramente riescono ad essere camuffati da un gran numero di pregi; finalmente abbiamo un videogame che riesce ad intrattenere facendo anche lavorare la vostra materia grigia grazie ad ottime meccaniche stealth. Scordatevi di fare una strage senza ragionare, di alzare il coltello ed uccidere liberamente senza conseguenze… dovrete premeditare l’omicidio per compiere meno errori possibili ma soprattutto per avere pochi testimoni tra i piedi.

Party Hard
Arrivano gli alieni… chissene, uccidiamo anche quelli!

Kill, kill, kill!

Appena avviato il gioco potremo goderci un filmato che ci farà conoscere il nostro protagonista, un simpatico serial killer, che all’inizio degli anni 2000 decide di imbucarsi in numerose feste americane e fare delle vere e proprie carneficine per alcuni motivi che vi verranno svelati grazie a delle buone ed animate cutscene. I luoghi saranno sparsi in tutti gli Stati Uniti e le feste saranno davvero delle più svariate; dal classico party universitario al barbecue in riva al lago passando per un night. L’approccio da utilizzare sarà sempre quello stealth in quanto non è un gioco in cui invadere le feste e agitare il coltello in aria senza la benché minima accortezza ma le cose a cui stare attenti sono davvero tante.

Party Hard
Menu’ semplice e lineare, molto anni ’80 da abbinare con il nuovo album dei Muse!

Per prima cosa dovrete sempre uccidere fuori dagli occhi di altre persone o essere talmente veloci da ammazzare anche eventuali testimoni; se lascerete scappare una persona che ha visto la vostra azione omicida, correranno a chiamare la polizia che si indirizzerà subito verso di voi. Inizialmente la guardia chiamata avrà il passo lento e si stuferà presto di rincorrervi ma dopo varie volte che sarà chiamata ad intervenire, sarà molto veloce fino a catturarvi. Oltre che correre potrete utilizzare varie scorciatoie che però saranno via via chiuse da un simpatico idraulico baffuto… esatto proprio lui, it’s me Mario! Oltre alla classica uccisione con l’arma bianca, potrete sfruttare anche moltissime situazioni ambientali a vostro vantaggio come l’esplosione delle casse acustiche, auto da lanciare contro la folla o spingere la vostra vittima verso il vuoto in un gioco dal forte sapore politically incorrect ma dannatamente divertente.

Potremo inoltre scegliere tra ben cinque personaggi tutti ottimamente rappresentati e ognuno con le sue caratteristiche uniche: quello che semplicemente vorrebbe dormire e invece si trova i party accanto casa, un ninja con la sua eccezionale velocità e i suoi fumogeni, un poliziotto che può accusare altri dei propri omicidi e trasportare cadaveri come nulla fosse, una ragazza che può stordire prima di uccidere e infine un pazzo scatenato armato di motosega. Oltre alla classica modalità, il gioco ci propone anche un’ulteriore modalità come la Dark Castle in cui saremo chiamati a vestire i panni di un uomo simile a Van Helsing intento, in una notte di luna piena, ad uccidere creature oscure con l’aiuto del suo fidato cane. Chi vuole ancora di più è chiamato ad acquistare e scaricare il pacchetto DLC High Crimes che ci metterà di fronte ad ulteriori quattro nuove sfide, davvero ardue, con nuove meccaniche ad un costo tutto sommato, contenuto.

Party Hard
Di violenza non c’è n’è mai abbastanza… viulenzaaaa!

Considerazioni finali

Il gioco diverte anche se bisogna dirlo ancora una volta, è politicamente scorretto, tanto basta a consigliare Party Hard ad un pubblico maturo capace di scindere il gioco dalla vita reale e prendere questa creazione per quello che è. Graficamente il tutto è presentato in pixel art a grana grossa che da un tocco di stile e smorza di molto i toni seriosi iniziali con effetti molto belli e animazioni semplici e ben fatte, tutto gira a 1080p in docked con 60fps stabili mentre in portable abbiamo la solita discesa ai 720p con il framerate che rimane stabile a 60.

Party Hard
Anche gli zombie da uccidere… oppure vi daranno una mano?

Il gameplay è davvero immediato, semplice e con pochi comandi da apprendere; con lo stick analogico sinistro potrete muovere il vostro personaggio mentre con i tasti posti a destra potrete effettuare sia le azioni che attivare i vari omicidi utilizzando i fattori ambientali e anche varie sorprese come zombie e alieni. Molto caratteristici e ben fatti i vari killer tra cui potremo scegliere; ognuno di essi infatti ci metterà di fronte ad un approccio diverso comunque sempre di base molto stealth con la possibilità di nascondere anche i cadaveri. L’uccisione non verrà mai compiuta in maniera veloce se non nelle fasi finali in cui i vari testimoni possibili si abbassano di numero ma l’azione dovrà sempre essere molto ragionata per evitare di incappare nell’arresto.

Se da assassinare ci sono vari e buffi personaggi tra cui alieni, motociclisti, cubiste, nerd, zombie e deejay, a metterci i bastoni tra le ruote ci sarà ovviamente la polizia, gli SWAT, un idraulico che ricorda Super Mario che ci chiuderà le varie vie di fuga e anche dei forzuti buttafuori che non vedono l’ora di pestarci a sangue. La difficoltà è alta ma mai frustrante, Party Hard vi porterà a ragionare e compiere azioni sempre mirate che si svolgeranno su ben diciannove livelli tutti a variazione casuale che ci propongono quindi un’ottima longevità e tanta rigiocabilità anche degli stage che più ameremo. Oltretutto, Party Hard, regala alcuni eventi straordinari che non sempre avvengono ma tutto ciò sarà affidato al fato: una visita degli alieni, un orso che uccide tutti i festaioli e così via… eventi straordinari totalmente inattesi e molto divertenti.

Party Hard
Di carne al fuoco c’è n’è davvero tanta!!!

Le musiche e il sonoro sono ben fatti e ricalcano comunque uno stile 16 bit molto techno e di atmosfera condito ovviamente dalle urla di chi scopre i vari cadaveri che disseminiamo durante il nostro peregrinare. Peccato che il gioco è arrivato con molti anni di ritardo e fondamentalmente senza nessuna miglioria o extra sulle nostre Nintendo Switch, cosa che eviterà l’acquisto a chi lo ha già giocato tranne, forse, se presi dalla voglia di rigiocarlo in mobilità. Per tutti quelli che non lo hanno già provato è sicuramente un must have e uno dei giochi più divertenti dell’ultimo millennio… a mani basse e coltello in alto!

 

Grim Fandango Remastered – Recensione

Giudicare Grim Fandango nel 2018 è tutt’altro che semplice. Sono ormai passati 20 anni da quando questa pluriacclamata avventura grafica firmata LucasArts ha ridefinito gli standard dell’epoca, rappresentando la prima opera tridimensionale dell’azienda che si era affermata come leader indiscusso di questo amatissimo genere videoludico, e l’allora rivoluzionario progetto rivisto in chiave moderna porta con sé il peso degli anni non riuscendo a nascondere quelli che erano gli evidenti limiti tecnologici di quei tempi. Questo non ha di certo impedito a Tim Schafer, designer del gioco allora e CEO di Double Fine Production oggi, di donare a chi non possiede il titolo originale od un PC con un sistema operativo in grado di eseguirlo ancora, di una edizione Remastered in grado di soddisfare la sete di avventura dei possessori di piattaforme da gaming moderne. La versione di cui vi parlerò oggi è quella per Nintendo Switch, arrivata con oltre tre anni di ritardo ma in grado di offrirci l’esperienza di gioco migliore grazie allo sfruttamento delle caratteristiche peculiari della console e ad una serie di migliorie delle quali i nostri colleghi hanno potuto godere solo attraverso update successivi.

Grim Fandango Remastered
Un’immagine rappresentativa di quello che è lo stile folle che dobbiamo aspettarci da questo Grim Fandango Remastered!

Da agente di vendita ad agente segreto il passo è breve

La trama di Grim Fandango pesca a piene mani dalla cultura azteca secondo la quale tutte le anime dei morti devono attraversare la Terra dei Morti prima di raggiungere la loro destinazione finale, rappresentata dal Nono Aldilà. A seconda di quanto siano state buone in vita, queste anime avranno accesso a determinati fondi monetari, da spendere per alleggerire questo loro viaggio. Si parte da un banale tragitto a piedi, per il quale ci vogliono almeno quattro anni, per arrivare all’ambitissimo treno Numero 9, in grado di compiere l’intero tragitto in soli quattro minuti. Dove ci sono soldi, si sa, ci sono anche agenti di vendita, ed uno tra questi è proprio il nostro protagonista: Manuel “Manny” Calavera: un dipendente del Dipartimento della Morte (D.D.M.) il cui compito è quello di prelevare i soggetti mediante mietitura e proporre loro successivamente il miglior pacchetto viaggio ad essi accessibile. In tutto questo, Manny sta passando un periodo decisamente nero, in quanto sembra che al suo collega rivale, Domino, finiscano tutti i clienti migliori. Intenzionato, dunque, ad indagare su questa evidente forma di ingiustizia dovremo accompagnare il tristo mietitore nelle prime fasi di gioco nelle quali riusciremo a soffiargli una cliente, Mercedes “Meche” Colomar, il cui curriculum sembra essere immacolato. Ottenuta la sua anima, scopriremo che questa stranamente non ha diritto ad un biglietto per il Nono Aldilà e, distratti da una serie di avvenimenti, la perderemo. Aiutati dal demone autista Glottis, ci metteremo subito in viaggio alla ricerca della donna, scoprendo che la sua scomparsa nasconde molto più che un semplice equivoco.

Prenderemo così parte ad un’avventura geniale, suddivisa in quattro capitoli ambientati sempre il giorno dei morti e distanziati tra loro di un anno, capace di donare al giocatore diversi spunti di riflessione mantenendosi sempre sufficientemente seriosa nei confronti dei temi trattati ma relativamente ironica in quelle che sono le componenti ludiche. L’obiettivo finale sarà quello di recuperare l’anima di Meche, indagare sul D.D.M., e cercare di lasciare una volta per tutte la Terra dei Morti. Il tutto avvolti da un’atmosfera degna del migliore film di Tim Burton ed un character design che pesca a piene mani dalla raffigurazione delle calacas, famosissime decorazioni di stile messicano.

Grim Fandango Remastered
Mai innamorarsi di una cliente, MAI!

Quando i giochi erano difficili per davvero

Pad alla mano, Grim Fandango Remastered è in grado di restituire al giocatore -fin dal primo istante- il sapore ed il fascino delle belle Avventure grafiche di una volta, quelle con la ‘A’ maiuscola che basavano gran parte del loro valore su una trama per nulla scontata supportata da enigmi intelligenti ed in grado di farci spremere le meningi al punto tale da perseguitarci anche dopo aver smesso di giocare. Perché, diciamocelo, col passare degli anni si è perso un po’ il controllo su quello che è veramente un titolo difficile ed uno alla portata di tutti, al punto tale che oggi per sviluppare un videogioco è spesso necessario rendere quest’ultimo fruibile anche per coloro che non sono disposti di mettere in moto il proprio pensiero laterale. Lo stesso Ron Gilbert ha dovuto cedere all’inserimento di aiuti e indizi all’interno del suo ultimo capolavoro, snaturando a suo stesso dire quello che è lo spirito di ogni punta e clicca che si rispetti. Fortunatamente l’opera di rimasterizzazione del gioco non è andata a toccare troppo a fondo il codice originale, e quindi non ha ceduto a questo ricatto moderno mantenendo l’esperienza di gioco perfettamente identica a quella originale.

Per ciascuno dei quattro macro-capitoli che ci accompagneranno, sarà nostro compito esplorare in lungo e in largo i numerosi spazi che vanno a costituire le varie ambientazioni, senza una mappa che possa aiutarci a trovare la retta via. Ammaliati dall’ipnotica animazione che coordina i movimenti di Manny, il nostro pensiero fisso sarà quello di interagire con ogni singolo elemento interattivo al fine di raccogliere gli oggetti chiave ed utilizzarli dove necessario per procedere di puzzle in puzzle dritti verso il gran finale. Come già detto, per risolvere gli enigmi congegnati dal team originario, sarà indispensabile pensare fuori dagli schemi in quanto quasi mai le soluzioni da adottare suoneranno come banali o, ancor peggio, forzate. Aiutati da un eccezionale doppiaggio nella nostra lingua, sarà spesso obbligatorio anche chiacchierare con tutti i personaggi che incontreremo, esaurendo ogni singolo dialogo con essi e mostrando loro tutto ciò che arricchirà volta per volta il nostro fidato inventario. I più smaliziati si renderanno anche conto che, dove necessario, alcuni oggetti possono essere ottenuti in quantità multiple; questo poiché alcune fasi di gioco richiedono anche il giusto tempismo e dunque non sarà raro ritrovarsi a “sprecare” alcuni degli oggetti che ci stiamo portando appresso. Insomma, i cultori del genere sono avvertiti: non importa quante avventure grafiche abbiate giocato in questi anni della vostra valorosa carriera, Grim Fandango Remastered sarà in grado di mettervi alla prova ancora oggi. E questo non può essere altro che un punto a suo favore.

Grim Fandango Remastered
Anche se siamo in un videogioco, bisogna sempre e comunque rimboccarsi le maniche!

Hey Manny, come può uno scheletro mostrare tutte quelle rughe?

Tra gli elementi che ci ricorderanno costantemente di avere a che fare con un’opera del passato troviamo, oltre al comparto grafico del quale vi parlerò a breve, una gestione della telecamera a schermate fisse, tipica dei giochi tridimensionali di quel periodo. Per questo non preoccupatevi se inizialmente vi troverete smarriti, sarà sufficiente qualche attimo in compagnia dell’agente Calavera per ritrovarvi ben presto a scorrazzare in lungo ed in largo con la determinazione di chi sa cosa vuole e dove lo può ottenere.

Non sarei onesto con voi se non sottolineassi costantemente quanto il modo di approcciarsi ai videogiochi si sia evoluto (in meglio o in peggio non spetta a me dirlo in questa sede) da quando Grim Fandango apparve come fulmine nella scena videoludica del 1998. A sottolineare tutti gli aspetti che lo resero un progetto rivoluzionario ci pensano i commenti della regia, inseriti all’interno di questa Remastered ed attivabili attraverso un menù apposito, cosa che vi suggerisco caldamente di fare. Lasciandovi cullare dalle voci di personaggi di spicco del team di sviluppo originale, tra le quali spicca lo stesso Tim Schafer, sarà possibile apprendere numerosi retroscena sul gioco e su quanto fu difficile all’epoca realizzarne molti degli aspetti che lo resero celebre. Una delle discussioni più interessanti, per me, ha sottolineato come il passaggio dal 2D al 3D abbia di fatto aperto un mondo di possibilità per quelli che erano gli enigmi ambientali, permettendo di sfruttare le geometrie degli elementi nello spazio per dare vita a sfide capaci di mettere in crisi i giocatori.

Grim Fandango Remastered
Peccato, sarà per la prossima occasione!

50% remastered – 50% compitino

Veniamo ora al punto cardine di quella che senza timore posso definire un’operazione commerciale. Riproporre al grande pubblico un’opera del passato a distanza di vent’anni non è certo semplice, in quanto il rischio di snaturarne l’essenza è sempre in agguato. Quanto fatto dal team di Tim Schafer è senza ombra di dubbio lodevole, un rispolvero in grande stile che parte dalla ripulitura delle meravigliose tracce audio fino ad arrivare alla ricostruzione completa di ciascun elemento poligonale, texture comprese, ai quali sono stati aggiunti o tolti (a seconda del contesto) effetti di luce ed ombre.

Nonostante l’introduzione di alcuni elementi completamente nuovi, quali i suddetti commenti della regia, il salvataggio rapido (in maniera un po’ troppo invadente in quanto causa blocchi di qualche secondo) ed il supporto ai controlli mediante lo schemo touch della console, ho ritenuto il lavoro di rimasterizzazione vero e proprio appena sufficiente. Per accorgermi di quanto dico mi è stato sufficiente affidarmi alla pressione del tasto ‘-‘ in grado di cambiare on-the-go il rendering dei frame da quello originale a quello rimasterizzato, e viceversa. Attraverso questa comoda funzione vi accorgerete ben presto che per quanto riguarda i fondali non è stato fatto assolutamente nulla. Se da un lato per un puro fattore estetico non lo ritenga fondamentale, in quanto i nuovi elementi poligonali si amalgamano comunque bene con gli sfondi statici non presentando alcun tipo di aliasing, dall’altro c’è da storcere il naso quando ci si rende conto che pur di non ridisegnare il tutto per permettere al gioco di adattarsi agli schermi odierni sia stato mantenuto il rapporto a 4:3 originale colmando il resto con delle semplici bande laterali.

Piccola nota aggiuntiva, doverosa per tutti coloro che provarono il titolo su altre piattaforme o che vennero a conoscenza dei numerosissimi bug che affliggevano queste prime versioni del gioco, in grado letteralmente di romperlo. Sarete contenti di sapere che su Nintendo Switch, nell’arco delle circa 10 ore necessarie a terminare l’avventura non ho mai riscontrato alcun problema e che il tutto ha girato a perfezione nella mia adorata console. Ciò era prevedibile, visto che sarebbe stato un vero e proprio suicidio non rimediare ad oltre 3 anni di feedback, ma ritengo sempre indispensabile ribadirlo; per il bene dei nostri lettori e per il bene del gioco stesso.

Grim Fandango Remastered – Nintendo Switch – Gameplay

Di sicuro un capolavoro per chi apprezza i punta e clicca, che se firmati LucasArts l'apprezzamento diventa doppio!Ci avete chiesto se sono presenti i numerosi bug che minavano l'esperienza sulla versione PS4… La risposta è in questo nostro video gameplay 😉

Pubblicato da GameScore su Martedì 6 novembre 2018

 

Trascurando il lavoro di “mezza rimasterizzazione”, che possiamo sicuramente perdonare al buon Tim Schafer, Grim Fandango Remastered rimane un ottimo titolo che chiunque ami il genere delle avventure grafiche dovrebbe fare proprio senza nemmeno pensarci due volte. Complice un prezzo assolutamente accessibile, di soli €12.99, l’opera di riproposizione di questo capolavoro può senza alcun dubbio essere fatta propria anche da coloro che già lo giocarono vent’anni fa. Per i neofiti del genere, o coloro che non lo amano particolarmente, mi viene invece più difficile consigliarlo a scatola chiusa; questo non tanto per l’indubbia qualità del gioco, ma per il suo essere ancorato alla concezione secondo la quale al giocatore non deve essere fornito alcun tipo di indizio per proseguire. Se ricadete in quest’ultima categoria e volete comunque accettare la sfida, Grim Fandango Remastered rappresenterà per voi uno straordinario rito di iniziazione.

Pokémon Let’s GO Pikachu e Eevee – Recensione

“Pokémon è morto col competitivo”

Molti di voi leggeranno questa frase come “cattiva, arrogante, provocatoria” e probabilmente avete ragione. Per quanto mi riguarda, la ritengo un po’ vera.

Questo discorso si è infilato nella mia testa quando ancora giocavo esclusivamente a Pokémon. Posso dire di aver spolpato quasi tutti i titoli usciti fino ad ora (spin-off compresi) nelle maniere più strampalate. Ho completato giochi usando solo Magikarp e Metapod, ho sconfitto capopalestre con una squadra monotipo ed ho completato molte volte la famosissima “Nuzloke Challenge“. Più giocavo i vari titoli, più avevo l’impressione che i giochi “vecchi” di Pokémon (in particolare quelli per DS) erano pieni zeppi di cose da fare, e molte di queste non erano collegate al competitivo! Basti pensare al Pokéathlon di HeartGold/SoulSilver o al Pokéwood di Bianco2/Nero2, divertentissimi ed accattivanti. I titoli per 3DS, però, li ho reputati piuttosto deludenti. Le trame erano palesemente incomplete ed il gameplay generale risultava eccessivamente facile. Vi ricordo, inoltre, che stiamo ancora aspettando il rilascio ufficiale di Floette Fiore Eterno, personaggio importante in X/Y ed Easter egg in RubinoOmega/ZaffiroAlpha. La vera sfida era ormai legata al mondo competitivo ed una volta che si finiva un gioco erano poche le motivazioni che mi spingevano ad andare avanti. Persino il Pokédex – emblema della storia Pokémon – è stato accantonato. In Sole, Luna, UltraSole ed UltraLuna il pokédex nazionale è sparito, eliminando una grande quantità di descrizioni interessanti! Tutto questo ha disincentivato molti a perseguire l’obiettivo originale della saga: “Gotta catch em all”.

Ho odiato così tanto Sole e Luna che ho evitato completamente i loro seguiti e, assieme a molti altri giocatori, ho deciso di abbandonare il brand Pokémon.

Pokémon Let's Go
Nota bene: ho giocato – e completato- Pokémon Let’s GO usando soltanto il pokémon iniziale. Questo mi ha permesso di notare alcuni dettagli interessanti che evidenzierò in questa recensione.

Partendo da queste basi, potreste dire “ma Bislacco, hai quindi odiato Pokémon Let’s GO Pikachu & Eevee fin dall’annuncio?”. La mia risposta è NO! Questi nuovi titoli partono da una base importantissima: vogliono partire da zero, facendo un passo indietro probabilmente necessario. Si sapeva da anni che Game Freak aveva intenzione di fare questa mossa (ne parlarono in una vecchia intervista cinque anni fa) e finalmente hanno reso il loro esperimento realtà.

È proprio da queste basi che voglio iniziare. Delle basi oggettivamente negative, ma che renderanno questa recensione diversa rispetto molte altre. Sarà, infatti, raccontata dal punto di vista di una delle tante persone che ha deciso di abbandonare il brand MA ha intenzione di darle ancora una possibilità. Torniamo nella regione di Kanto e scopriamo assieme com’è Pokémon Let’s GO Pikachu e Eevee!

Pokémon Let’s GO Pikachu/Eevee sono i primi capitoli della saga principale Pokémon su Nintendo Switch e narrano le vicende dei giochi della prima generazione (Rosso, Blu, Verde, Giallo,RossoFuoco, VerdeFoglia). Il protagonista – che chiameremo Luisella dovrà affrontare otto capopalestra per riuscire ad ottenere le loro medaglie. Solo così potrà diventare campione/campionessa della regione di Kanto. Nel mentre, dovrà aiutare il professor Oak a completare il Pokédex, una sorta di enciclopedia digitale che contiene le descrizioni di ben 153 Pokémon.

Pokémon Let's Go
Il Pokémon iniziale è sempre ricco di sorprese. Se si interagisce molto con lui/lei, potrà dare al giocatore qualche strumento utile!

Vorrei partire fin da subito in quarta parlando di ciò che ho apprezzato di più: lo starter. Fin dai primi 30 minuti il pokémon iniziale si rivela eccezionale. Non solo Pikachu/Eevee possono imparare mosse speciali e non solo hanno statistiche largamente superiori rispetto quelle degli esemplari “normali”… ma presentano una texture differente dal normale. Oltre a tutto ciò sono gli unici pokémon che seguiranno sempre Luisella e sono gli unici con cui si può interagire in maniera approfondita. Se si lascia fuori dalla pokéball un esemplare qualsiasi si avrà una relazione simile a quella di HeartGold/SoulSilver (il pokémon interagisce con Luisella solo se questa parla per prima, anche se in certi casi l’esemplare si allontana per cercare strumenti). Pikachu/Eevee, invece, presentano una sezione esclusiva all’interno del menù base, dove possono essere coccolati e sfamati. Tutto questo, unito all’ottimo doppiaggio, rende gli starter di questo gioco sbalorditivi!

Ora che abbiamo parlato un po’ dei pokémon iniziali, addentriamoci in una delle meccaniche più”innovative di questo gioco: la cattura. Finora i Pokémon dovevano essere catturati indebolendoli con mosse offensive e/o di stato. Ebbene, in Let’s GO non è così! Stavolta il giocatore deve sfruttare il Joy-Con oppure i sensori di movimento per catturare gli esemplari che vagano per tutta Kanto. Nel mentre, si possono usare bacche per agevolare la cattura. Tutto questo ricorda volutamente Pokémon GO (l’applicazione Mobile sull’omonima saga) e, ad essere sincero, l’ho apprezzata. Questo nuovo metodo di cattura risulta – curiosamente – più difficile di quello originale. Oltre al fatto che i caricamenti tra una “fase di cattura” e l’altra sono rapidissimi, sarà necessario usare cervello: il pokémon potrebbe non rimanere fermo come in GO, ma potrebbe muoversi in continuazione. Creature come Beedrill, Abra, Moltres, Magnemite e Golbat hanno la brutta abitudine di muoversi costantemente. Tutto questo rende la fase di cattura accattivante e coinvolgente. A rafforzare questa nuova meccanica ci pensa il tasso di cattura (che risulta basso rispetto al solito), obbligando Luisella a fare spesso provviste di pokéball.

Pokémon Let's Go
In tutto questo cumulo di novità, Pokémon Let’s GO ripropone le classiche lotte tra allenatori, che possono essere in singolo oppure in doppio. Qui il pokémon dovrà sfruttare le sue mosse per sbaragliare l’avversario. Nulla di nuovo, insomma

Cosa rende Pokémon Let’s GO speciale? Molte cose, a dirla tutta. Oltre al fatto che la gestione del pokémon compagno funziona molto bene (dato che una buona parte di esemplari possono essere perfino cavalcati) ho apprezzato la scelta di non rendere questo titolo competitivo al 100%. Questa affermazione nasce da molti fattori: alcune combinazioni di mosse su un determinato pokémon risultano eccessivamente potenti (vedi Starmie con Minimizzato+Psiconda), è presente la mossa Levitoroccia senza la possibilità di eliminarla dal campo, il multigiocatore Online non permette di incontrare giocatori casuali e le Evs sono state sostituite dalle Avs (che aumentano le statistiche solo se si danno al proprio pokémon delle caramelle speciali. In questo modo, ogni statistica può aumentare di 200 punti, in maniera simile a come avveniva nei giochi di prima generazione). Tutto questo farebbe pensare che i giocatori competitivi siano stati messi da parte, ma sappiate che non è proprio così. Pokémon Let’s GO propone alcune meccaniche vecchie e nuove pensate appositamente per il competitivo! Nulla di speciale, ma sicuramente è un gesto apprezzabile.

Per quanto riguarda la connessione con Pokémon GO, il risultato è ottimo. Una volta che Luisella raggiunge Fucsiapoli, è possibile entrare nel Pokémon GO Park (sostituto del Safari Pokémon). Qui il giocatore può connettere Let’s GO col titolo Mobile per importare i vari pokémon catturati. fatto questo non solo dovranno essere catturati di nuovo… ma è anche uno dei pochissimi metodi per catturare Meltan e Melmetal, due pokémon misteriosi appartenenti alla prossima generazione.

Pokémon Let's Go
Dopo quasi 3 generazioni di pokémon, finalmente bisognerà faticare per ottenere un pokémon misterioso (Melmetal)! Questo perché Meltan si evolve soltanto in pokémon GO, ed ottenere 400 caramelle non è facile!

Ora, vorrei spremere le meningi di voi lettori per trattare una cosa complessa: la trama. Tralasciando che sono fortemente contrario alla storia “multiverso” che sta gestendo The Pokémon Company in questi ultimi giochi, bisogna ammettere che Let’s Go propone una serie di novità rispetto alle versioni Rossa, Verde, Blu e Gialla. Questo perché non solo vengono fatte citazioni ad alcuni dettagli sui giochi precedenti, ma si può notare che sono state aggiunte varie cose che nel progetto iniziale non apparivano. Questo riguarda non solo cutscenes, ma anche interi pezzi di gameplay. Nulla cha faccia gridare al miracolo – sia chiaro – ma devo ammettere che mi hanno stupito. Oltre a questo, posso dire che Pikachu/Eevee avranno un ruolo “attivo” negli eventi di gioco. Grazie a questo dettaglio e ad altre piccole chicche, posso dire che il pokémon iniziale di Pokémon Let’s GO è il miglior starter mai creato grazie ad una caratterizzazione dolce ed attiva negli eventi di gioco! Vorrei anche ricordare che Pikachu/Eevee possono essere ulteriormente personalizzati tramite tanti oggetti che rendono il proprio pokémon “unico”. Anche Luisella potrà essere personalizzata, ma il risultato finale è decisamente inferiore rispetto al protagonista dei giochi precedenti. Per fare un esempio, non è possibile personalizzare colore degli occhi, acconciatura e colore dei capelli (in altre parole, l’aspetto che si sceglie ad inizio gioco non può essere cambiato!)

Pokémon Let's Go
Pokémon Let’s GO propone anche altre piccole novità. Il primo è il multigiocatore (che permette a due persone di giocare assieme in locale) mentre il secondo riguarda il Rumble-HD. Non dimentichiamo che Let’s GO può essere giocato usando un solo Joy-Con oppure con la Pokéball PLUS: un controller speciale utile sia in questo gioco, si in pokémon GO. Non avendo questo accessorio ho deciso di non trattarlo, ma bisogna ammettere che alcune sue funzioni fanno davvero comodo

Quali sono i difetti di Pokémon Let’s GO Pikachu/Eevee? Beh, più di quanti possiate immaginare. probabilmente non riuscirò ad elencarli tutti, ma tratterò quelli principali.

Il primissimo difetto riguarda – curiosamente – le due versioni di gioco, in particolare gli starter. Sono spettacolari da utilizzare ed hanno un carisma da vendere, ma Let’s GO Eevee propone troppi contenuti esclusivi rispetto Let’s GO Pikachu (e non mi riferisco ai pokémon selvatici). Vi ricordate quando ho detto che gli Starter hanno mosse speciali? Perfetto! Sappiate che Pikachu ne ha 3, mentre Eevee 8, e sono oggettivamente più forti rispetto quelle di Pikachu. Questo rende Eevee così potente da poter tener testa ad un pokémon leggendario! Dato che due mosse di Pikachu si basano su mosse evento che ha potuto apprendere durante il corso degli anni (Surf e Volo) avrei preferito una maggior creatività. Vi ricordo – infatti – che se Game Freak voleva citare mosse evento poteva sfruttare Sbadiglio, Ripeti, Strampadanza, Canto e tutte le mosse che Pikachu Cosplay ha imparato in RubinoOmega/ZaffiroAlpha. Oltre a questo, Pokémon Let’s GO Eevee propone sette completi in più rispetto Let’s Go Pikachu. Tutto ciò mi permette di dire che le due versioni sono sbilanciate, e questo non l’ho assolutamente apprezzato!

Altro difetto riguarda la meccanica della fuga dei pokémon. Così come in Pokémon GO, anche in Let’s GO i mostriciattoli tascabili possono fuggire. Il problema nasce sul “quando” fuggono. Sui dispositivi Mobile possono fuggire solo dopo che il giocatore ha provato a catturare l’esemplare… mentre in questo caso possono fuggire in qualsiasi momento. Non ho apprezzato questa cosa, dato che rende la fase di cattura una sorta di “catturalo entro il tempo X” che risulta decisamente snervante soprattutto se si a a che fare con pokémon cromatici (nota bene: nel Pokémon GO Park il pokémon può fuggire dalla cattura, ma non scompare)

Pokémon Let's Go
Parliamo delle abilità. Per quanto mi riguarda non credo che la loro assenza sia così grave: pochissimi esemplari avevano abilità decenti e molte di queste sono abilità nascoste. Il problema nasce quando si parla delle megaevoluzioni. Posso accettare che MegaPidgeot oppure MegaSlowbro siano giocabili senza abilità, ma creature come MegaVenusaur e MegaCharizard X proprio no. Vi ricordo che le megaevoluzioni nascono a scopo competitivo e molti esemplari sono quello che sono proprio grazie alle loro abilità (vedi MegaVenusaur che – senza abilità – non ha senso di esistere). In questi casi l’eliminazione delle abilità non funziona, ma posso dire che, nel complesso, non danneggia l’esperienza

È arrivato il momento di parlare del postgame. Qui siamo in un limbo. Oggettivamente parlando il postgame di Let’s Go è superiore rispetto Rosso/Blu/Verde/Giallo (grazie alla meccanica dei maestri e a qualche piccola chicca), ma risulta inferiore rispetto RossoFuoco e VerdeFoglia. Non è un discorso di “competitivo”, ma avrei preferito qualcosa di leggermente più succoso. Non aspettatevi né aree aggiuntive, né eventi come l’episodio Delta di RubinoOmega/ZaffiroAlpha. Sappiate che, comunque sia, avrete un po’ di cose da fare.

Vorrei concludere questo discorso parlando degli Esperti. Qui la situazione si fa estremamente complessa. Abbiamo a che fare con 153 allenatori che – in un modo o nell’altro – sfideranno il giocatore in interessantissime battaglie 1VS1. Tralasciando il fatto che è possibile “facilitare” alcune lotte usando Forme Alola e/o megaevoluzioni, non ho notato una vera e propria sfida. Se Pokémon Let’s Go avesse proposto l’insegnmosse sarebbe stato possibile usufruire una maggior varietà di attacchi, e questo avrebbe permesso al giocatore di spremere ogni esemplare. Ovvio, l’insegnamosse non era presente nei giochi originali, ma credo che la sua implementazione sarebbe stata apprezzata anche dai giocatori meno veterani.

Pokémon Let's Go
Game Freak ha fatto un enorme passo indietro col multigiocatore Online. Per citare Pokémon GO i giocatori che vogliono connettersi fra loro tramite internet devono inserire un codice composto da tre icone di alcuni esemplari. Dato che le combinazioni sono circa 1.000, c’è comunque una possibilità che la persona contattata non sia quella desiderata. Avrei preferito una gestione più precisa in merito. Una nota per i giocatori competitivi: sappiate che le lotte multiple (2 giocatori VS 2 giocatori) sono state eliminate

Nel complesso, cosa posso dire di Pokémon Let’s GO Pikachu e Eevee? Molte cose, in realtà. È sicuramente un gioco divertente che riesce a riproporre al meglio gli eventi della prima generazione con un briciolo di novità. Il pokémon iniziale è eccezionale sotto moltissimi punti di vista, il gameplay generale funziona e la comunicazione con Pokémon GO risulta divertente. Oltre a questo, ho apprezzato il multigiocatore locale e di tanti piccoli dettagli che rendono questo gioco un vero e proprio capitolo della saga. Purtroppo molti dei suoi difetti fanno storcere il naso: la gestione della fuga dei pokémon andrebbe rivista, Pokémon Let’s Go Eevee vince a man basse sull’altra versione ed il Postgame risulta meno corposo rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Da tutto ciò non mi sento di dire che sia il miglior gioco Pokémon, ma sicuramente è eccezionale… sotto punti di vista sbagliati. Non è migliore rispetto agli altri perché è “family friendly“… non è migliore grazie al nuovo sistema di cattura… non è migliore grazie ad una trama aggiornata rispetto l’originale. Pokémon Let’s GO Pikachu e Eevee sono i migliori perché – per la prima volta – propongono uno starter diverso dal solito, capace di essere protagonista degli eventi narrati. Non è più un esemplare qualsiasi come tutti gli altri starter, ma un pokémon capace di manifestare le proprie emozioni al giocatore. Pikachu ed Eevee non sono macchie, ma parte del protagonista, e questo è ciò che permette a Let’s Go di rimanere nei cuori dei giocatori nelle generazioni successive.

Pokémon Let's Go

Storm Boy: The Game – Recensione

Una semplice storia

Quando ho visto per la prima volta il trailer di uscita di Storm Boy: The Game mi è venuta immediatamente la voglia di giocarci, attratto da uno stile artistico che sembra disegnato a mano ed un’atmosfera sognante e fiabesca che riporta alle stagioni estive dell’infanzia. Appena avviato il gioco mi accorgo che questi elementi sono effettivamente presenti, ma c’era qualcosa che non tornava già dalla primissima fase. Vi spiegherò tutto in questa recensione breve e concisa, un po’ come lo stesso videogioco di Storm Boy.

Storm Boy

Storm Boy

La storia che affronta il titolo è basata sull’omonimo film del 1976 e di cui vedremo presto un remake in uscita nel 2019 – a loro volta ispirati dal romanzo di  Colin Thiele del 1964 – dove vengono raccontate le avventure di un ragazzo e dei tre pulcini di pellicano che troverà a seguito della morte della madre degli stessi – elemento che intuiamo automaticamente dal contesto – e di cui decide da subito di prendersi cura. Tra il ragazzo ed i pennuti si stringerà un profondo legame simile a quello tra padre e figli, dato che i pulcini sono troppo piccoli per procacciarsi il cibo da soli ed uno di loro sembra in uno stato di saluto a rischio. Passano i mesi ed i pellicani diventano adulti e troppo ingombranti per la casa dove il ragazzo vive insieme al padre, che fa capire al ragazzo che per loro è arrivato il momento di essere liberi ed indipendenti; triste ma consapevole della realtà, il ragazzo accompagna i suoi tre amici sulla spiaggia per l’ultimo addio, lasciandoli librare in cielo verso l’orizzonte. Uno di essi, Mr. Percival, fa però marcia indietro dopo poco tempo, ormai inseparabile dal suo compagno a cui è estremamente legato, diventando a tutti gli effetti un animale domestico, e seguiremo le loro ulteriori avventure.

Un mare tempestoso

Storm BoyCome detto in precedenza, già avviando il gioco ci si accorge di qualcosa di diverso all’interno dell’opera, non necessariamente qualcosa di negativo, ma qualcosa che lo differenzia dalle esperienze ludiche a cui siamo solitamente abituati. I comandi sono talmente semplici da non presentare un tutorial, tant’è che inizialmente l’unica operazione sarà limitata alla levetta analogica per far correre Storm Boy (oltre ad essere il titolo è effettivamente il nome del protagonista) mentre la storia ci viene raccontata con delle scritte che appariranno quando attraverseremo specifici punti. Il succo del gameplay è composto essenzialmente da dei mini giochi in cui ci troveremo ora a librarci in cielo nei panni di un Ibis, ora a raccogliere delle conchiglie dalla spiaggia e varie altre attività, contraddistinte da un ritmo perlopiù rilassato e con il fine ultimo di aggiungere dei dettagli e delle sfumature nel racconto complessivo. Il titolo di Blowfish Studios mostra però il fianco sia sul fronte della narrativa che del sistema di minigame; se da un titolo incentrato sulla narrativa è tollerabile l’assenza di un vero e proprio gameplay, o di situazioni dinamiche al cardiopalma, è davvero un peccato che la storia venga affrontata in maniera superficiale, senza approfondimenti e che lasci tanti elementi alla pura intuizione del giocatore che non ha potuto assistere al film. Ad ogni situazione sembra che i mini giochi siano totalmente accessori ai fini della trama, con il solo scopo di tentare di far affezionare il giocatore alle ambientazioni o a Mr. Percival, ma non scavano a sufficienza in profondità per riuscirci. Il risultato finale non è da bocciare ma si salva esclusivamente grazie al finale, che per quanto sia citofonato lascia il giocatore  con delle emozioni, ma probabilmente poca voglia di ripetere l’avventura.

Storm Boy

Storm Boy è un esperimento non del tutto riuscito, causa un’imprescindibile conoscenza pregressa del film di riferimento ed uno scarso approfondimento degli avvenimenti su schermo, che si limita a qualche punto cruciale del racconto, il cui unico obbiettivo sembra arrivare il prima possibile alla parola fine e il cui forse unico merito è la curiosità che fa scaturire nei confronti dell’opera originale, che merita di essere vista e che speriamo mantenga la sua grande dignità anche nel remake di prossima uscita.

Syberia 1 e 2 – Recensione

I giochi d’avventura presentano una contraddizione causata dallo stesso nome usato per definirli: nonostante il termine ‘avventura’ richiami scenari particolarmente dinamici che pongono sfide cinestetiche ai giocatori, questo genere è contraddistinto da un’attenzione particolare alla storia e dalla presenza di numerosi puzzle che marcano in modo relativamente statico l’avanzamento nel gioco. I primi anni dell’industria videoludica hanno visto il sorgere di numerosi giochi d’avventura che sono rimasti nei cuori di numerosi giocatori – come non menzionare Grim Fandango della Lucas Arts, per esempio? Un’altra pietra miliare di un’epoca videludica ormai passata è Syberia, gioco d’avventura uscito dalla penna di Benoit Sokal. Già autore di graphic novel, Sokal decise di intraprendere la strada dello sviluppo di videogiochi esattamente tramite i giochi d’avventura. Questo genere è caratterizzato da particolari processi che attirano e motivano il giocatore a scoprire tutti i segreti nascosti fra le pieghe della narrativa. La divisione netta all’interno della struttura di gioco tra puzzle e momenti di storia veri e propri spinge il giocatore a sperimentare due tipi diversi di immersione, le quali sono dovute dalla doppia natura interpretativa dei giochi d’avventura. Syberia 1 e 2 sono in grado di presentare una storia interessante, avvincente e delicata – senza comunque farsi mancare qualche scivolone narrativo – accompagnandola ad una curva di difficoltà dei puzzle molto ben gestita (almeno nel primo capitolo).

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Già usciti singolarmente per Nintendo Switch, ecco che sul Nintendo eShop arriva un bundle contenente entrambi i titoli. Per quanto riguarda il bundle in sé, questo non ha aggiunte particolari, ma presenta soltanto entrambi i titoli, che potremo selezionare tramite una semplice opzione nella schermata iniziale appena si avvia l’applicazione. Andiamo quindi a vedere quali sono i risultati di questa operazione di porting e quali sono le caratteristiche uniche e inimitabili di Syberia 1 e 2.

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Come già accennato nell’introduzione, sono due i motivi principali che spingono un giocatore a progredire in un gioco d’avventura: l’interesse ludico nel trovare la soluzione dei vari puzzle, e l’interesse poetico, che si riferisce all’acquisizione e interpretazione della narrativa o di altra informazioni estetico-letterarie. È proprio qui che risiede parte della doppia natura dei giochi d’avventura, ed è esattamente l’abilità di far immergere il giocatore attraverso questa doppia modalità che rende Syberia 1 e 2 cult indiscussi tra i giochi d’avventura. Il primo Syberia uscì nel 2002 per PC, e già per l’epoca presentava una grafica che era decisamente avanzata. Utilizzando uno stratagemma simile al primo Resident Evil, gli scenari di Syberia 1 e 2 sono statici e il giocatore non può interagirci. Anche per questo motivo, gli ambienti hanno una rappresentazione grafica migliore rispetto ai vari personaggi e un livello di dettaglio maggiore. Di conseguenza, il comparto artistico è particolarmente ispirato e la sensazione e l’atmosfera che è in grado di creare si sposano alla perfezione con l’ambiente curioso e straniante nel quale ci ritroveremo.

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La storia ci mette nei panni di Kate Walker, avvocato di New York che si ritrova nella città di Valadilene per portare a termine l’acquisizione di una fabbrica presente in città. Nel momento in cui mettiamo piede in questa strana cittadina, in qualche parte sperduta delle Alpi Francesi, veniamo a sapere che l’anziana proprietaria della fabbrica è deceduta da poco. Kate è abbastanza sicura di riuscire a portare a termine l’affare comunque senza difficoltà, visto che la signora non aveva nessun discendente. Se non fosse che, dal suo testamento si viene a sapere che il fratello creduto morto da anni in realtà sia ancora vivo, ed è lui che ha ereditato la fabbrica. Comincia così il nostro viaggio alla ricerca di questo misterioso Hans Voralberg.

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Syberia 1 ha una storia che all’inizio fatica un po’ ad ingranare. Il comparto artistico riesce però a presentare una città di Valadilene la quale si sente che ‘ha qualcosa in più’, solo che non si riesce a capire cosa. Progredendo nel gioco, seguendo le tracce di questo ereditario, visiteremo altri luoghi, uno più strano dell’altro. Per avanzare nella narrazione, troviamo puzzle che seguono gli stilemi classici dei punta e clicca per questo tipo di enigmi. Ci sarà infatti richiesto di guardarci bene intorno, esaurire tutte le opzioni di dialogo e raccogliere gli oggetti quando sarà possibile, perché non si sa mai quando una soluzione o un oggetto particolare salterà fuori. La curva di difficoltà per questi puzzle è incredibilmente armoniosa: nonostante gli ormai molti anni sulle spalle, Syberia riesce ancora a dire la sua a livello di enigmi, che diventano sempre più complessi con l’andare del gioco.

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Questa doppia natura così armoniosa di Syberia 1 viene però leggermente a cozzare con minori dettagli che hanno a che fare con la narrativa. Uno fra tutti è il fatto che i personaggi non vengono propriamente sviluppati, rimanendo vagamente unilaterali per tutto il gioco. Uno fra tutti è Kate Walker, personaggio molto interessante: coraggiosa, intraprendente, ma che lo è già all’inizio di Syberia 1. Solo nel finale vero e proprio assistiamo ad una sua crescita, anche se la narrativa non riesce a fornire una motivazione chiara o convincente.

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Nonostante questi piccoli problemi, la storia di Syberia 1 è molto interessante, specialmente per tutto l’immaginario che riesce ad evocare insieme al comparto artistico. Per quanto riguarda la colonna sonora, non ci sono molte musiche presenti, e le poche che ci stanno fanno il loro lavoro senza infamia e senza lode.

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Syberia 1 ha un finale aperto ovviamente, e il bundle disponibile oggi dà la possibiltà di cominciare il secondo episodio delle avventure di Kate Walker immediatamente dopo la conclusione del primo.

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Già all’epoca i due Syberia non erano usciti con una grande distanza temporale fra di loro. Di conseguenza, dal punto di vista della struttura di gioco e tecnica non ci sono novità sostanziali. Tuttavia, ci sono delle differenze minori che, nonostante restino alquanto marginali, consentono a Syberia 2 di raccontare la sua storia nel segno della continuità con qualche cosa in più rispetto al predecessore.

Le vicende di Syberia 2 riprendono esattamente dalla fine del primo. Per evitare spoiler in questa recensione, eviterò qualche dettaglio della trama. Kate Walker si trova in viaggio verso l’isola di Syberia, fantastica terra con distese di prati blu dove i mammuth non si sono ancora estinti. Probabilmente a causa delle premesse di questo secondo episodio, la storia di Syberia 2 è decisamente più dinamica e avvincente rispetto al primo. In questo secondo capitolo ci ritroveremo a contatto con realtà chiuse, che non accettano nuovi arrivati – e alcune non accettano neanche le donne. Kate Walker dovrà quindi destreggiarsi fra numerosi pericoli che si rivelano mortali in più di una occasione.

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Oltre che un ritmo più serrato, Syberia 2 ha anche un numero maggiore di filmati, alcuni dei quali molto emozionanti da guardare, che in qualche modo riescono ad alleggerire il passaggio tra un puzzle all’altro. Sono infatti anche i puzzle un’altra delle differenze rispetto al primo capitolo: se infatti questo presentava una curva della difficoltà decisamente armoniosa, Syberia 2 sotto questo punto di vista ‘zoppica’ un po’, con puzzle che diventano decisamente frustranti e inutilmente complicati, a volte.

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Tolto questo aspetto, Syberia 2 racconta una storia più forte rispetto al primo. Una storia che, se ad un primo approccio sembra celebrare l’amicizia, in realtà cela un messaggio più profondo e sfaccettato che mette in risalto i risultati magnifici che porta un po’ di sano egoismo. Ed è proprio questa la forza principale di Kate Walker, personaggio molto carismatico che richiede più di una lettura per essere compreso a pieno.

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Le versioni Nintendo Switch di Syberia 1 e 2 non presentano novità rilevanti rispetto alle edizioni per altre piattaforme. Le caratteristiche uniche dell’ibrida Nintendo vengono usate in maniera molto superficiale: il touchscreen può essere usato solo per navigare la schermata iniziale del bundle o per gestire l’inventario nel gioco – che comunque è di dimensioni ridotte e gli oggetti che porteremo con noi saranno sempre di numero molto pochi, quindi annullando quasi del tutto l’utilità del touch screen in questa circostanza. Il lato tecnico invece è mediocre: stiamo pur sempre parlando di un gioco con almeno 16 anni sulle spalle, e dal punto di vista della resa grafica si poteva fare decisamente qualcosa in più per questi port. Diciamo che è alquanto inaccettabile avere episodi di leggero stuttering – cosa comunque riscontrata in misura molto ridotta e solo in Syberia 2.

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Per concludere, il bundle Syberia 1 e 2 per Nintendo Switch non offre niente di più se non la possibiltà di acquistare entrambi i titoli a prezzo leggermente ridotto. Nonostante i giochi sono ormai alquanto vecchi, ci sono alcune incertezze tecniche che, seppur accadono con molta poca frequenza, non sono molto accettabili oggi come oggi. Tuttavia, i giochi girano alla perfezione, e bug o difetti tecnici veramente gravi non sono stati riscontrati in fase di recensione.

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Syberia 1 e 2 sono un cult dei giochi d’avventura e chiunque si ritenga un fan del genere, deve per forza aver giocato a questi due titoli. Il bundle con tutti e due rappresenta un’occasione decisamente ghiotta per chi non ha mai vissuto le avventure di Kate Walker nelle fredde terre siberiane. Per chi invece ha già giocato questi giochi in precedenza, avendo recuperato le remastered individualmente o avendo completato la versione PC anni fa, non c’è veramente nessun motivo che li potrebbe spingere a recuperare questo bundle. Alla fine, l’unica vera novità degna di nota che l’edizione Nintendo Switch di questo pacchetto offre è la possibiltà di poter giocare in modalità portatile. Tuttavia, Syberia 1 e 2 non hanno un grande fattore rigiocabilità: la storia rimane uguale, i giocatori non possono influenzarla con le proprie scelte. Di conseguenza, è difficile pensare ad una ragione precisa per voler riaffrontare entrambi i giochi per una seconda volta – anche qualora venissero giocati in modalità portatile. In ogni caso, questo bundle capita proprio al momento giusto: pochissimo tempo dopo l’uscita di Syberia 3. Allora, tutti pronti per una bella maratona di Syberia?

Road Redemption – Recensione

Prima di iniziare la recensione, voglio raccontarvi una storia. Immaginate di dover comprare ad una vostro amico col diabete una torta. Per evitare qualsiasi complicanza, state attenti ad ogni singolo dettaglio. Controllate gli zuccheri, l’impasto, e così via. Una volta che la torta è pronta, la offrite al vostro amico. Egli vi ringrazia, ed inizia a mangiarla. Ad un certo punto, però, si accorge che qualcosa non va. Non è nell’impasto, non è il gusto… è la quantità di zucchero presente. Di conseguenza, risponde “la torta è buona… ma se ci fosse stato meno zucchero (o nulla) sarebbe stata ancora più buona“. È il caso di Road Redemption, titolo uscito su Switch il 6 Novembre 2018. Vediamo assieme perché.

Rispondiamo ad una semplice domanda: quali sono le basi di Road Redemption? Questo particolare videogioco è il seguito spirituale di una saga durata quasi 9 anni chiamata Road Rush. Era un arcade di motociclismo sviluppato inizialmente da Electronic Arts. Ora che abbiamo fatto questa precisazione, possiamo iniziare a recensire il nuovo titolo di Tripwire Interactive.

Road Redemption è un gioco di corse arcade che vede il giocatore nei panni di un motociclista. Egli si ritrova a dover sfidare bande di criminali all’interno di un’ambientazione post-apocalittica per un semplice scopo: trovare l’assassino più ricercato di tutti!

Road Redemption
Road Redemption propone varie modalità di gioco. Oltre ala partita singola, è possibile partecipare a gare online e fare la modalità campagna/campagna +. Il sottoscritto sfrutterà la modalità campagna per parlare di Road redemption.

Il gameplay è piuttosto semplice, ma risulta complesso da spiegare. Road Redemption è un gioco di corse arcade con meccaniche RPG e Rogelike. Ogni volta che si inizia la modalità campagna – infatti – le missioni proposte cambieranno. In alcuni casi dovrete uccidere un certo numero di nemici, in altri fuggire dalla polizia, mentre altri ancora dovrete semplicemente arrivare almeno terzi.

Quello che rende Road Redemption simile a Road Rush è la possibilità di colpire gli avversari durante la corsa. Il giocatore può, infatti, usare una moltitudine di armi per massacrare i nemici nelle vicinanze. Questo gli permetterà non solo di raggiungere il suo scopo, ma anche di guadagnare nitro, utile per recuperare rapidamente posizioni!

Ovviamente anche i nemici possono fare la stessa cosa e, se si viene colpiti, si rischia di perdere molta salute. È proprio questa la caratteristica che ci permette di parlare di Road Redemption come Arcade: quando la salute va a 0 il giocatore muore, e deve ricominciare la modalità campagna da capo. Se, però, è stato abbastanza bravo potrà spendere i punti esperienza che ha ottenuto giocando in bonus permanenti, che lo aiuteranno ad aggiudicarsi la vittoria durante il prossimo tentativo.

Road Redemption
La quantità di corridori e moto disponibili è ottima. Ciascuna di esse presenta caratteristiche differenti, che rendono ogni combinazione interessante. Un momento… Shovel Knight è in Road Redemption?!?!?!??

Nella parte di GameplayRoad Redemption nasconde interessanti assi nella manica. Non solo propone una modalità online, ma le sfide proposte risulteranno piuttosto varie. A inizio gioco le sfide saranno alquanto noiose, ma potrebbe capitare di affrontare circuiti “particolari”. In un caso bisogna guidare sui tetti di una cittadina, mentre in altri casi si deve correre mentre delle macchine piovono dal cielo. Chiunque riuscirà ad avanzare, sarà ricompensato con eventi fuori dal comune!

Road Redemption, però, non è perfetto, anzi! Soffre di moltissimi difetti! Il primo che posso trattare è la gestione dell’Arcade, che può risultare frustrante per molti giocatori. Oltre a questo, non sono riuscito ad apprezzare la meccanica RPG proposta, che reputo piuttosto lenta. Questi, però, non sono i difetti principali: Road Redemption richiede caricamenti troppo lunghi (anche oltre 10 secondi) e soffre di vari bug e lag. Questi ultimi si notano quando il giocatore is ritrova in aree molto “affollate”. Il gioco non solo inizia a scattare, ma il frame cala vertiginosamente. Posso ammettere che i momenti in cui il titolo risulta fluido, è proprio quando non c’erano avversari nelle vicinanze.

Road Redemption
Spera di avere sempre soldi a sufficienza. Ad ogni corsa potrai migliorare alcune caratteristiche del tuo PG. Ovviamente, se muori e non usi tutti i tuoi soldi e tutta la tua esperienza, scenderanno a zero!

Road Redemption è un titolo che – sfortunatamente – non mi ha convinto appieno. Ho apprezzato la sua ottima difficoltà e le corse, nel complesso, non sono male. Oltre a questo, è un ottimo titolo da giocare in multi locale. Sfortunatamente, presenta difetti che non si possono tralasciare. Lag, bug e cali di Frame-Rate rendono l’esperienza più frustrante del dovuto e lla gestione delle caratteristiche Roguelike e GDR potrebbero non piacere. Nel complesso non mi sento di consigliarlo al giocatore medio, ma sono convinto che a qualcuno di voi piacerà da matti. Un consiglio? Aspettate uno sconto.

Mother Russia Bleeds – Recensione

La Nintendo Switch, piccola e portentosa console, sembra essere un magnete per gli indie che omaggiano gli anni ’90… una macchina da gioco che sembra fatta per cavalcare la nostalgia di noi vecchietti con giochi nuovi che richiamano un passato lontano. Alzi la mano chi non ricorda Final Fight, un picchiaduro a scorrimento tutto violenza, personaggi bizzarri e divertimento che a suon di gettoni vi faceva perdere un patrimonio per completare le varie missioni. Vi è tornato in mente?

Bene, ora prendete tutta la violenza possibile, sempre in salsa 8-bit, tanti personaggi volutamente non politically correct e ambientate il tutto nella fredda e pericolosa madre Russia ed avrete il gioco più divertente e caciarone degli ultimi tempi. Mother Russia Bleeds è stato creato dalla software house francese Le Cartel Studio ed è stato pubblicato in primis due anni fa su Steam e poi su Playstation 4. Tutto il gioco gira sotto il motore grafico Unity e propone ancora una volta una pixel art che richiama lo stile in voga negli anni ’90 grazie al designer che ne ha curato completamente lo sviluppo, Frederic Coispeau.

Mother Russia Bleeds
Picchiarsi mentre un pubblico di uomini in carne con maschere di maiale sul volto ti guardano… angosciante!!!

Il gioco ha ricevuto una buona accoglienza da parte del pubblico videoludico ma è stato bersaglio anche di numerose critiche al suo essere violento e appunto scorretto ma a volte, queste denunce, le reputo leggermente fuori luogo visto che Mother Russia Bleeds punta proprio all’essere completamente fuori dalle righe e non vuole essere un’avventura tutti cuoricini e orsetti. Ben vengano giochi adulti, con il loro adeguato PG che ne delimita l’utenza ma che permette anche ai grandicelli di godere di un qualcosa ad alto contenuto adulto, sarcastico e divertente. Basta prenderlo per quello che è… semplicemente un videogame che ci trasporta in un mondo al limite ma tutto di fantasia; si spegne la console e si ritorna al mondo reale con le sue regole anche perché se eravamo in un mondo come quello di Mother Russia Bleeds dovevamo solo scappare, a gambe levate!

Ma che buona questa dolce droga… gnam!

All’avvio del gioco verremo catapultati nel lontano 1986 all’interno della fredda Unione Sovietica ormai in mano alla Solncevskaja Bratva. Violenza, anarchia e soprattutto droga sono all’ordine del giorno e in questo caos, la criminalità organizzata, pone le sue basi per insinuarsi negli affari del paese ma soprattutto al governo. Il popolo cerca di ribellarsi a tutti questi soprusi ma la pessima qualità della vita e una nuova droga potentissima e molto usata, la Nekro, tiene in ostaggio la popolazione ormai ridotta a veri e propri zombie.

Mother Russia Bleeds
Quanto siete brutti… meglio scappare

Saremo messi davanti alla scelta tra ben 4 personaggi, tutti molto al limite dell’eroismo ma soprattutto ognuno con i suoi grossi demoni da combattere. Sergei, uno zingaro che viveva in un campo e si guadagnava da vivere grazie a combattimenti clandestini e poi rapito dal governo per testare la Nekro. Riesce a a fuggire dal laboratorio, liberando numerose persone e cercando di aizzare una rivoluziona. Ivan è invece un altro zingaro ma molto più possente e mastodontico di Sergei. Anche se dalla sua ha una notevole lentezza a causa della sua mole, è molto sadico e adora polverizzare e distruggere tutto grazie alle sue possenti mani.

Boris si presenta come il pazzo del gruppo, scappato da un manicomio criminale risulta una mina vagante ma anche dannatamente letale in quanto fa della sofferenza altrui la sua somma gioia. Ultima ma non ultima la femminuccia del gruppo, Natasha. Veloce ma meno efficace dei tre, la ragazza tutto pepe vive per uccidere i suoi nemici e lo riesce a fare dannatamente bene. Grazie a tutte queste caratteristiche, la scelta del personaggio dovrà esser fatta in maniera oculata perché ognuno dei quattro ha dalla sua molti pregi ma notevoli difetti che potrebbero portarci ad un’avventura per niente comoda.

Mother Russia Bleeds
Una serata al Night… e tante botte!!!

Insomma, con Mother Russia Bleeds, affronterete un vero e proprio inferno in terra con nemici armati fino ai denti ma soprattutto che non vedono l’ora di farvi del male ed uccidervi con ogni maniera esistente. Se i cattivoni non bastassero, dovremo fare i conti con la nostra dipendenza da Nekro che in alcuni momenti dovremo iniettarci, prelevandola direttamente dai cadaveri che ancora presentano spasmi, per renderci invulnerabili e dannatamente efficaci nei nostri colpi. Quando le nostre mani e le nostre abilità non saranno abbastanza, troveremo sparse nei vari livelli sia armi bianche che armi da fuoco che ci renderanno dei terminator imbattibili.

Considerazioni finali

Mother Russia Bleeds è ideato, creato e pubblicato per un pubblico di soli adulti e lo si vede dalle ambientazioni ai personaggi, dalla violenza esagerata alle mille situazioni grottesche che incontrerete. Travestiti vestiti di solo latex, schiavi sessuali, persone in sovrappeso che indossano maschere di maiale e tanti altri bizzarri personaggi sono davvero all’ordine del giorno, anzi del gioco.

Mother Russia Bleeds
Si respira aria malsana per tutta la durata del gioco!

La grafica proposta, sicuramente ben fatta e con buoni sfondi ed effetti, non tende a rendere il tutto più soft ma ci inonderà di sangue in pixel art. Tutto gira a 1080p con 60fps stabili e costanti mentre abbiamo il solito abbassamento a 720p in portable. Lo stile usato per questo Mother Russia Bleeds è comunque unico e serve a far ricordare il gioco per molto, molto tempo. Il gameplay è quello tipico dei picchiaduro a scorrimento, sicuramente intuitivo ma anche in parte ostico e di non facilissimo approccio.

I comandi sono molto semplici con il movimento affidato allo stick analogico sinistro e le varie azioni ai pulsanti posti alla destra ma essendo presenti varie mosse e combo, governare il tutto non sarà molto facile. La difficoltà del gioco si attesta su buoni livelli anche se spesso, l’inondazione di nemici su schermo, risulta un po’ troppo forzata ed esagerata ma da un gioco che fa di quest’ultima un cavallo di battaglia non ci potevamo aspettare diversamente.

Mother Russia Bleeds
Gore, gore, ultragore… forever gore!

La longevità si attesta sulle sei ore per la sola modalità storia se poi contiamo che tutte le missioni si possono ripetere in una simpatica modalità coop locale ed è presente anche una modalità arena, tipo orda, in cui uccidere nemici in quantità industriale, queste ore di gioco sono destinate a salire. La trama è buona anche se non vive di grandi acuti ma i momenti provocatori, crudi e violenti saranno in gran numero e molte situazioni saranno sicuramente bersaglio di critica.

Quello che Mother Russia Bleeds ci restituisce è quella voglia di rivalsa delle classi sociali più povere, spesso abbandonate e castrate volutamente da stati che abbandonano i più poveri ai margini rendendoli vere e proprie marionette da usare a piacimento… come spesso accade quindi la violenza e la situazione scorretta celano un messaggio finale potente e importante. Questo gioco riesce a divertire, lascia un messaggio ed è dannatamente piacevole per i ragazzi degli anni ’80 che nel ’90 amavano questi picchiaduro a scorrimento… con solo 14,99 potrete godere di gore, violenza e tanto divertimento. Consigliato è dir poco!

Machinarium – Recensione

Che il Nintendo Switch eShop rappresenti il paradiso per gli sviluppatori indipendenti ormai è un dato di fatto. Sempre più spesso sentiamo di come questi siano contentissimi di come lo store digitale della console di mamma N sia la loro fonte principale di guadagno, e questo non può che farci piacere. La conseguenza di questa presa di consapevolezza è il naturale arrivo in massa di produzioni di ogni tipo, capaci di rendere la softeca della piccola ibrida interessante praticamente per chiunque. In mezzo a tutto questo marasma digitale, però, è inevitabile che qualche titolo di valore non riesca a ritagliarsi l’attenzione che merita, magari a causa della poca pubblicità o dell’arrivo di troppi titoli di rilievo capaci di subissarne la visibilità. È questo il caso di Machinarium, una validissima avventura punta e clicca di Amanita Design che recentemente è apparsa su Nintendo Switch al prezzo di soli €9,99.

Machinarium ci immerge all’interno di un mondo fantastico, al limite del malinconico, nel quale vestiremo i panni di Josef, un tenerissimo robot finito a pezzi all’interno di una discarica. Potremmo definire il protagonista come un vero e proprio antieroe, quello al quale non dareste nemmeno un centesimo ma che ben presto riuscirà a farvi ricredere sul proprio conto, in quanto il nostro obiettivo sarà proprio quello di rimetterlo in sesto ed aiutarlo a dimostrare il suo inestimabile valore. Josef non è in grado di parlare, e questo dona al titolo una vena poetica che lentamente ci farà innamorare del suo azzeccatissimo character design. Aiutandolo a fare luce sulle sue origini partiremo alla ricerca della sua fidanzata Berta, che è stata rapita dai Black Cap Brotherhooh, una banda di manigoldi robotici intenzionati a radere al suolo questo mondo metallico.

Machinarium
A volte non potremo avvicinarci troppo al nostro obiettivo, ma per fortuna i robot hanno mille risorse.

Machinarium nel cuore altro non è che un’avventura punta e clicca, nella quale saremo richiamati a risolvere piccoli enigmi ambientali attraverso la raccolta e l’utilizzo successivo di oggetti sparsi lungo le numerose schermate che ci ospiteranno. Per differenziarsi dall’enorme quantità di produzioni analoghe, gli sviluppatori hanno ben pensato di aggiungere una semplicissima regola: è possibile interagire solamente con ciò che è situato nei pressi di Josef. In questo modo il trial and error viene ridotto all’osso, in quanto se non ci muoveremo esplicitamente nei diversi punti dello schermo non avremo modo di capire a tentoni quali sono le zone di interesse da analizzare. Inoltre, il piccolo robot sarà anche in grado di estendere e ritrarre il proprio busto, modificando di conseguenza la sua altezza e permettendoci l’accesso ad oggetti sopraelevati e l’attraversamento di passaggi ristretti.

Queste due semplici caratteristiche del gioco hanno permesso al team di Amanita Design di sviluppare una componente di puzzle solving tutt’altro che banale ed in grado di stimolare i nostri processi mentali in una spirale di enigmi sempre più coinvolgenti. Dimenticatevi, dunque, di minigiochi inseriti come fossero un semplice riempitivo; con Machinarium troverete vero e proprio pane per i vostri denti e non sarà raro dover spremere le proprie meningi nel tentativo di risolvere diverse sfide logiche sapientemente proposte di tanto in quanto.

Machinarium
Situazioni scomode e dove trovarle!

Il gameplay, come da tradizione, ruota attorno alla ricerca di oggetti da utilizzare o combinare tra loro. Nonostante non avremo mai a che fare con troppi elementi, ci verrà fornito un praticissimo sistema di inventario, rappresentato dallo stesso Josef. Questo, infatti, ingurgiterà ogni elemento che potrà fare suo, per ripescarlo successivamente nel momento del bisogno.

Su Nintendo Switch Machinarium offre la possibilità di interagire con l’ambiente attraverso l’utilizzo dello schermo capacitivo della console, ovviamente solo se questa è utilizzata in modalità portatile. Sebbene tale configurazione sia senza ombra di dubbio la più comoda e quella che più si presta a questo genere di titoli, ho preferito ricorrere al classico sistema di controllo mediante tasti fisici. Il motivo risiede nel fatto che ricorrendo al touch screen della console il gioco decida di far completamente sparire il puntatore, che invece si dimostra utilissimo in quanto la sua icona è in grado di modificarsi a seconda delle azioni che è possibile compiere nei punti di controllo presenti a schermo. Di conseguenza è molto più semplice orientarsi utilizzando l’analogico sinistro ed i tasti.

Machinarium
Il mondo sta per finire? Let’s dance!!!!

Non sarei sincero con voi se vi dicessi che il titolo è accessibile a chiunque, in quanto il livello di sfida è stato volutamente calibrato in modo tale da non farci mai avere la sensazione di essere di fronte a sfide banali o tutt’altro che stimolanti. Consci di questo, infatti, gli sviluppatori hanno inserito in ognuna delle schermate di gioco un pulsante in grado di fornirci, attraverso un fumetto illustrato, un indizio che potrebbe aiutarci a trovare la giusta direzione. Se ciò non bastasse, sarà addirittura possibile sbloccare, previo superamento di un banalissimo minigioco in stile Space Invaders, la soluzione completa di quella determinata area. Sebbene ho potuto apprezzare questo tentativo di non portare mai il giocatore alla frustrazione causata dal non sapere più cosa fare, ritengo che tale stratagemma possa indurlo troppo spesso a farne uso, snaturando di conseguenza quello che dovrebbe essere lo spirito di ciascun punta e clicca.

Fortunatamente, il punto di forza del gioco sta proprio nella sua capacità comunicativa; nonostante nessun dialogo ci venga mostrato durante le circa 5 ore necessarie a completare l’avventura, questa sarà in grado di donarci diversi spunti riflessivi grazie ai suoi enigmi ben contestualizzati e al modo in cui il protagonista dovrà necessariamente interfacciarsi con gli altri robot sparsi lungo la città. In moltissime occasioni per ottenere i giusti oggetti dovremo infatti prima aiutare i nostri simili, innescando in questo modo una catena di piccole quest da portare a termine.

Machinarium
Questa banda di musicisti ha bisogno di noi per fare un pò di baccano. Aiutiamoli!

Machinarium riesce a conquistarci grazie ad un’atmosfera perfettamente riprodotta ed un utilizzo sapiente della palette cromatica. L’intero mondo di gioco è infatti riprodotto mediante l’utilizzo di pochissimi colori, generalmente il grigio ed il marrone per rappresentare il metallo e la ruggine, e questo dona al comparto estetico una coerenza capace di non far risultare mai nessun elemento fuori posto. Non a caso il team di Amanita Design nasce proprio dall’unione di alcuni studenti dell’Accademia d’Arte, Architettura e Design di Praga. Una combinazione di talenti che ha saputo valorizzare al meglio i magnifici fondali interamente realizzati a mano e le splendide colonne sonore che ci accompagneranno in questo viaggio. È piacevole vedere come il team abbia riposto cura in ogni singolo particolare del gioco, ed è ancora più bello quanto il tutto si fonde alla perfezione con una componente videoludica che non suona mai di già visto.

La sorte di Machinarium, dunque, è tutta nelle vostre mani. Non lasciate che questo interessantissimo progetto venga abbandonato a sé stesso all’interno di quell’immenso oceano che è il Nintendo Switch eShop. Proprio come il suo tenero protagonista, abbandonato in una discarica, questa avventura punta e clicca ha moltissimo da raccontarci, ed è per questo che sono qui a consigliarla a tutti gli amanti del genere. Se cercate un gioco per nulla banale, sia nella difficoltà che nella sua capacità di intrattenere, rimarrete estremamente soddisfatti da quello che Machinarium sarà in grado di offrirvi.

Trine Enchanted Edition – Recensione

Trine è un indie, un gioco a basso budget e non è stato creato da acclamatissime e enormi software house… eppure potrebbe tranquillamente essere ricordato come un’avventura memorabile, una di quelle che ti lasciano tanto dentro e rende difficile approcciarsi ad altri giochi.

Stiamo parlando di una creatura un po’ datata visto che l’anno prossimo spegnerà ben dieci candeline; infatti venne pubblicato nel 2009 su PC grazie alla software house finlandese Frozenbyte e poi vide il suo debutto anche sulla mitica Playstation 3. Trine è stato il terzo gioco creato da questa software house che ha avuto dalla sua inizialmente un budget di trentamila euro e una forza lavoro di sole tre persone ma è terminato grazie ad una spesa di ottocentomila euro e il lavoro di sedici persone.

Trine
10 anni… invecchiare magnificamente!

Anche le idee per il gioco sono cambiate in corsa e se inizialmente i livelli dovevano essere molto più estesi, alla fine si è deciso per stage molto più compatti che compongono una storia pratica, veloce e che ha raccolto pareri positivi dalla scena videoludica. Non c’è una persona amante dei videogames che non ha provato Trine ma a volte l’eccezione è sempre presente e lasciando il posto ad altri giochi, la mia copia era andata dimenticata ma ora grazie a questa Enchanted Edition e il suo approdo sulla piccola Nintendo Switch, ho il piacere di provarlo per voi e aggiungo solo che non averlo giocato prima è stato un grande errore… Trine colpisce e delizia, un’altra perla nel genere platform per tutti noi.

Un maghetto, una ladruncola e un forzuto guerriero!

Avviando il gioco saremo accolti da una breve introduzione animata che ci farà conoscere la trama, semplice e di sicuro impatto. Tre misteriosi personaggi: una ladra, un mago e un guerriero, trovano all’interno di una cava, una pietra magica chiamata Trine dal bagliore lucente e irresistibile. Tutti e tre i nostri eroi, non resistono ai loro istinti e toccano con mano la pietra magica che scatenando il suo potere unisce le anime dei tre protagonisti in un entità unica e indissolubile.

Trine
C’è poesia a non finire in questo gioco! Spesso vi fermerete incantati ad osservare i paesaggi!

Ai nostri protagonisti non resterà altro che partire in un’avventura densa di nemici, trappole e molti enigmi per arrivare infine a liberarsi da questo maleficio. Ma per riuscire nella missione si dovrà cooperare, sempre e comunque con tutti e tre i protagonisti, insegnandoci che nessuno è meno utile di altri ma ognuno con le proprie caratteristiche sa essere indispensabile.

La ladra avrà come dono la destrezza che le permetterà di saltare agilmente sulle piattaforme oltre che un rampino per arrampicarci su zone altrimenti non raggiungibili e un arco con frecce per eliminare i nemici più lontani. Il mago, che all’inizio vi sembrerà il più debole dei tre, può letteralmente materializzare cubi e piattaforme per permetterci di creare ponti e scale. Il guerriero, con la sua corazza e la sua spada, ci aiuterà a farci largo tra i molti nemici vista la sua abilità nello scontro corpo a corpo. Oltre i nemici che troveremo lungo il nostro cammino, sono presenti anche numerosi boss finali che ci daranno molto filo da torcere e abbatterli sarà davvero soddisfacente.

Trine
I nemici scheletri vi daranno davvero del filo da torcere!

Considerazioni finali

Che spettacolo è questo Trine e grazie alla Enchanted Edition, risulta tutto ancora più brillante e vi lascerà senza fiato. Infatti il gioco è stato rimasterizzato utilizzando il motore di Trine 2 rendendolo ancora più appetibile a chi cerca anche una grafica degna e su questo punto Trine non delude. E’ davvero uno spettacolo per gli occhi e grazie a sfondi dettagliati, una grafica tridimensionale ancorata a una giocabilità bidimensionale e al motore fisico PhysX vi saprà regalare più volte l’effetto Wow. Il tutto, sulla nostra piccola Switch, gira a 1080p con 60fps granitici mentre in modalità portatile la risoluzione cala a 720p ma gli fps rimangono stabili a 60.

Trine
Acqua e fuoco… elementi della natura pronti a scatenarsi!

Il gameplay è immediato e tipico del genere platform con comandi che man mano che le ore passano diventano sempre più intuitivi. Il movimento dei personaggi è infatti affidato allo stick sinistro con i pulsanti alla destra dedicati alle azioni mentre i dorsali al cambio personaggio. L’uso invece dello stick analogico destro, è utilizzabile per la mira nel lancio frecce usando la ladra, per la creazione delle piattaforme con il mago e nell’uso dello scudo col guerriero, tutto è davvero reattivo e i comandi rispondono con precisione.

La difficoltà è ben settata e se con la modalità facile vi basteranno poche ore per terminare tutta l’avventura, a patto che non siate dei collezionisti, con la modalità più difficile dovrete sudare le fatidiche sette camicie. La longevità è il difetto più grande di Trine che non propone altre modalità oltre la storia e questo vi farà accantonare il gioco una volta terminato completamente. Ottima notizia è la presenza dell’italiano sia sotto forma di sottotitoli ma soprattutto nel doppiaggio che ci permetterà di godere ancora meglio della trama. Quest’ultima non è molto appassionante ed è creata come pretesto per giustificare la missione però non è neanche la peggiore mai vista… diciamo che su questo punto si poteva fare di più.

Trine
Arco e frecce sapranno essere letali dalla lunga distanza!

La menzione d’onore va alle musiche create da Ari Pulkkinen; personalmente non sono tipo che ascolta anche dopo il gioco una soundtrack di un videogame ma questo Trine è riuscito a farmi ricredere… la colonna sonora del gioco è una perla rara ed un vero capolavoro. Molto interessante, inoltre, la possibilità di poter giocare in multiplayer locale per affrontare con più facilità le missioni o riscoprire segreti. Non ho altre parole per descrivervi quella che potrebbe essere un’apoteosi del platform e non ci rimane altro che attendere con trepidazione e ansia, il secondo capitolo.

Forgotton Anne – Recensione

Magari a seguito di un trasloco, o più semplicemente di ritorno da una normalissima passeggiata, vi sarà sicuramente successo di perdere uno dei vostri oggetti personali. Ma vi siete mai chiesti cosa succede a quest’ultimi una volta che vengono separati dal loro legittimo proprietario? A questa domanda prova a risponderci Forgotton Anne, interessante produzione realizzata dallo studio indie danese ThroughLine Games che è riuscita non solo a stuzzicare l’attenzione dei giocatori ma anche quella di un publisher del calibro di Square Enix. E dopo averlo spolpato per bene sul nostro Nintendo Switch, in occasione del suo rilascio sullo store digitale di questa amatissima console, non possiamo che essere d’accordo con tutti coloro che ne tessero le lodi quando questo uscì su Steam, PS4 e Xbox One lo scorso 15 maggio. Un ritardo di qualche mese che, come vedremo, ha permesso a noi “Nintendari” italiani di goderci questa affascinante avventura animata fin dal primo giorno con una localizzazione nella nostra lingua.

Forgotton Anne
Benvenuti nei Regni Dimenticati! Prego, da questa parte.

È veramente difficile inquadrare al volo Forgotten Anne, e questo a causa del suo impatto visivo talmente accattivante da riuscire a distogliere il nostro sguardo da qualsiasi elemento di gameplay, capace di farci completamente dimenticare che siamo pur sempre di fronte ad un videogioco. Per questo motivo, in recensione così come in sede di prova, ho ritenuto doveroso -per una volta- iniziare concentrando la mia attenzione sul comparto artistico di questa vera e propria gemma del panorama videoludico. L’incipit del gioco, così come le numerose sequenze di intermezzo, ci porta a conoscenza dei fatti attraverso delle suggestive animazioni caratterizzate da tinte delicate ed accompagnate da suoni romantici e capaci di metterci a proprio agio fin dal primo istante. Lo stile utilizzato per animare il racconto su schermo ricorda moltissimo quello dei lungometraggi dello Studio Ghibli, capaci di travolgerci e trascinarci all’interno del loro mondo incantato grazie alla delicatezza tipica delle produzioni di stampo nipponico.

Senza entrare troppo nel dettaglio e sfociare in spiacevoli spoiler, la trama ci vedrà vestire i panni di Anne, l’unica umana assieme al Maestro Bonku rimasta intrappolata all’interno dei Reami Dimenticati, un mondo parallelo a quello reale dove vanno a finire tutti quegli oggetti che sono stati perduti dal loro legittimo proprietario. In questo regno incantato, questi oggetti prendono vita e passano le loro giornate a svolgere compiti quotidiani assegnatili a seconda delle loro peculiarità. Se da una parte alcuni di questi andranno a compiere mansioni appaganti e piacevoli, quelli più insubordinati verranno spediti direttamente in Fabbrica, un luogo a noi sconosciuto nel quale sembrano accadere fatti molto spiacevoli. In questa società ben presto i Dimenticati inizieranno a prendere consapevolezza di sé e a porsi numerose domande su quella che è la loro natura, fino a creare vere e proprie bande di ribelli che sembrano opporsi al volere di Maestro Bonku, intenzionato a costruire un Ponte Etereo capace di accompagnare gli oggetti più meritevoli nell’Etere: il luogo nel quale sono stati inizialmente persi. In tutto questo Anna svolge il compito di Agente, mantenendo l’ordine in città e scovando i Dimenticati ribelli, punendoli quando necessario attraverso l’Arca, un marchingegno in grado di assorbirne l’anima. Aver scelto un protagonista femminile è sicuramente una delle scelte vincenti della produzione, in quanto aiuta ad enfatizzare la contrapposizione tra una creatura dolce e la durezza del suo ruolo.

Forgotton Anne
Assorbirlo o non assorbirlo? Certo che un giuramento del genere è tutt’altro che credibile!

Non è semplice descrivere a parole il livello di coinvolgimento che la produzione è capace di creare nel giocatore ma vi assicuro che già dalla prima sequenza animata, nella quale viene mostrato un calzino spaiato e abbandonato sotto un letto venire letteralmente risucchiato all’interno dei Reami Dimenticati, si ha la sensazione di finire nello stesso vortice di emozioni di questo indispensabile oggetto d’uso quotidiano. La nostra partecipazione attiva verrà presto stimolata anche da uno degli aspetti più interessanti di tutto il comparto narrativo, ovvero la possibilità di prendere diverse decisioni sia a livello pratico sia durante i numerosi dialoghi, capaci di influenzare ed adattare alle nostre volontà il racconto. Questo rende, di fatto, Forgotten Anne un titolo estremamente personalizzabile, e capace al tempo stesso di stimolare la nostra coscienza su questioni in grado di farci riflettere. L’intenzione degli sviluppatori era sicuramente quella di rendere il titolo rigiocabile, e di fatto è così, ma personalmente ritengo più piacevole decidere la mia storia e concludere l’avventura con questa; specialmente se consideriamo che non esistono dei veri e propri finali alternativi.

In più di un’occasione ci ritroveremo di fronte a Forgottlings (gli oggetti che in italiano vengono riconosciuti sotto il nome Dimenticati) in preda a bisticci o colti a compiere azioni spesso ambigue. Questi avranno modo di giustificarsi o di portare a nostra conoscenza alcuni fatti, che potremo utilizzare per comprendere (a modo nostro) quale sia la verità ed agire di conseguenza. Una delle primissime fasi di gioco, per esempio, coglieremo in flagrante un Dimenticato sospetto, e dovremo cercare di capire se questo sia un ribelle o meno. Avremo la possibilità di assorbire la sua anima (e dunque ucciderlo) o proseguire oltre e credergli. Nel mio caso specifico l’ho identificato come ribelle ma ho compreso solo successivamente che potevo benissimo risparmiargli la vita e vi assicuro che la mia decisione, presa in leggerezza, mi ha lasciato con diversi interrogativi lungo tutta l’avventura!

Forgotton Anne
Attraverso l’Arca sarà possibile anche risolvere piccoli puzzle ambientali!

Ma cos’è, allora, questo Forgotton Anne? Stando alle informazioni che vi ho dato fino a questo momento potreste essere portati ad indentificarlo come uno splendido lungometraggio interattivo? Fortunatamente la creatura di ThroughLine Games è molto di più. A completare il quadro estetico messo in scena dagli sviluppatori, il titolo offre un gameplay interessante e capace di mantenerci incollati allo schermo durante le circa 7 ore necessarie a portare a termine una run completa di gioco. L’Arca in possesso di Anne non le servirà solamente per interagire con i Dimenticati, ma le permetterà anche di spiccare enormi salti e di assorbire anima da diversi contenitori per poi utilizzarla successivamente per attivare marchingegni di varia natura al fine di risolvere semplici ma piacevoli enigmi ambientali. Non avremo mai a che fare con sezioni puzzle troppo complesse, così come non tutte saranno obbligatorie per procedere verso il gran finale ma daranno solamente accesso a collezionabili in grado di approfondire interessanti retroscena sulla trama.

A livello pratico, in qualsiasi momento sarà possibile attivare l’Arca ed entrare in una particolare modalità capace di fermare il tempo attorno alla protagonista ed interagire con gli elementi ambientali capaci di assorbire e rilasciare anime. Il più delle volte, tramite queste azioni, potremo alimentare leve e piattaforme fondamentali per proseguire; altre, ahimè, dovremo prendere in mano la situazione e svolgere il ruolo di Agente, privando della loro energia vitale i Dimenticati che vivono nel Regno. In tutto questo non dobbiamo, però, dimenticare che il titolo è pur sempre un platform il 2,5D. Ed è proprio in questo aspetto che Forgotton Anne mostra il suo punto debole. Probabilmente con l’intenzione di non rubare nemmeno mezzo frame alle splendide animazioni del gioco, il sistema di controllo risulta spesso più macchinoso di quanto avremmo voluto. Se per quanto riguarda i movimenti base, quali la camminata e l’utilizzo delle scale, si può portare la giusta pazienza, è proprio quando il titolo ci richiede di affrontare determinate sezioni platform -per le quali è spesso richiesta estrema precisione nei salti- che dobbiamo fare i conti con questo evidente difetto. Niente di stravolgente, sia chiaro, ma quando durante un inseguimento il nostro rivale necessita di prendersi delle pause per attenderci lungo il cammino è evidente che gli stessi sviluppatori erano a conoscenza di questo limite durante lo sviluppo e che questi non abbiano fatto nulla per amalgamare tra loro gli elementi in gioco.

Forgotton Anne
Pronti a spiccare un bel balzo? Speriamo solo che la cara Anna decida di collaborare!

Niente da segnalare invece per quanto riguarda la conversione su Nintendo Switch, che riesce a far brillare il comparto artistico del gioco tanto in modalità portatile quanto in docked. Questa versione, come anticipato in apertura, gode di un’ottima localizzazione italiana dei testi, che godono di una degna dimensione su schermo, curata successivamente all’uscita originale in quanto frutto di un lavoro amatoriale ad opera di Red Squirrel. Il doppiaggio, rimasto in lingua originale, è anch’esso di ottima fattura ed eleva il valore generale dell’intera produzione.

Forgotten Anne è, dunque, quello che ci aspettavamo prima ancora di mettere mano sulla nostra copia di gioco. L’opera di ThroughLine Games è a conti fatti un piacevolissimo anime in movimento che, seppure deve spesso fare i conti con un sistema di controllo non proprio preciso, ha saputo regalarci grandi emozioni in fase di prova. Se volete lanciarvi nei meravigliosi Regni Dimenticati non dovete fare altro che correre sullo store digitale della vostra console e fare vostra questa gemma; in questo modo impreziosirete ulteriormente la vostra softeca personale. Per tutti coloro che, invece, rimangono ancora titubanti, potreste valutare l’acquisto provando con mano il gioco attraverso la DEMO disponibile su Steam. Ma mi raccomando, una volta fatta la vostra scelta tornate su Nintendo Switch, ne varrà la pena!

SNK 40TH Anniversary Collection – Recensione

SNK 40TH Anniversary Collection è una rimembranza dei tempi belli passati, di un’infanzia ormai passata e di ricordi che riaffiorano potenti. Ci giriamo indietro e vediamo quei bambini che passavano molte ore davanti a quei cabinati che sembravano enormi, con quegli schermi CRT che ci inondavano il viso di bagliori e quelle pulsantiere troppo grandi per delle mani così piccole. Ci voltiamo ancora una volta e ci accorgiamo che di tempo ne è passato, l’industria videoludica è andata avanti ma capiamo che molte cose erano meglio una volta ma forse viviamo di ricordi che semplicemente non ci fanno essere realisti.

SNK 40TH Anniversary Collection
Gli sparatutto a bordo di aerei erano il must negli anni ’80

Ci sono marchi storici che negli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 erano letteralmente sulla bocca di tutti grazie a giochi che innovavano e sapevano divertire… Data East, Konami, Taito e molte altre, bastava entrare in qualche sala giochi e trovare tutte queste software house sotto un unico tetto ma una di queste si distingueva per avventure dense di sparatorie e un pizzico di follia, la SNK. Molto conosciuta per la serie Metal Slug, ha saputo anche negli anni precedenti a quello che è il suo capolavoro, proporre titoli interessanti che forse per lo strapotere delle software house prima nominate, sono passati un po’ in sordina anche conquistando comunque una buona fetta di pubblico.

Purtroppo però, la casa giapponese, che tanto ha saputo rivoluzionare negli anni passati, si è seduta sugli allori e non ha saputo innovare gli ultimi titoli o proporre qualcosa di fresco ma ha dalla sua comunque quarant’anni di vita quindi bisogna festeggiare… quale migliore idea se non quella di pubblicare una collection? La scelta di titoli a disposizione stupisce visto l’ampio ventaglio storico e sicuramente troverà una casa nelle nostre Nintendo Switch che ricordiamo è la console esclusiva che accoglierà il titolo. Solo acquistando presso lo store NIS America o SNK potrete mettere le mani su una ricca versione fisica da collezione che contiene anche un delizioso libro, ben tredici art print da collezione, un box da collezione e un cd con tutte le soundtrack; insomma un edizione davvero ghiotta. Ma ne varrà la pena? Scopritelo insieme a me… si parte!

SNK 40TH Anniversary Collection
Queste edizione da collezione è davvero ghiotta per ogni amante dei videogames

Una collection a metà… per adesso!

Quello che già dall’avvio stupisce sono la cura e la passione messe a disposizione del titolo cercando di proporre una collection che in qualche maniera si discostasse da quelle uscite precedentemente. Tutti i menu’ sono curatissimi e propongono uno sfondo davvero delizioso.

SNK 40TH Anniversary Collection
Street Fighter fece scuola ma anche questo titolo è memorabile!

La modalità gioco ci permetterà di scegliere, al momento in cui scrivo, tra ben quattordici giochi a cui se ne aggiungeranno altri tramite la distribuzione di due DLC totalmente gratuiti. Alpha Mission, Athena, Crystalis, Guerrilla War, Ikari Warriors, Ikari Warriors II: Victory Road, Ikari III: The Rescue, Iron Tank, P.O.W., Prehistoric Isle, Psycho Soldier, Street Smart, TNKIII e Vanguard sono i titoli inseriti e ognuno di essi ha una certa valenza storica. Basti pensare che ad esempio Psycho Soldier, uscito nel 1987, è stato il primo gioco arcade ad avere avuto una propria soundtrack mentre Vanguard datato 1981 è stato il primo titolo a permettere di continuare da dove eravamo morti.

Di carne al fuoco c’è n’è proprio tanta ma si vede anche attraverso questa collection, una netta deriva di mamma SNK verso lo sparatutto vero e proprio; tra carrarmati, guerrieri a petto nudo e mitra carico, aerei da guerra e dinosauri infervorati, gli amanti del genere avranno di che divertirsi riscoprendo titoli che sono davvero invecchiati bene. Molti vengono proposti nella versione Arcade mentre i giochi che hanno avuto anche la controparte per console, trovano spazio per la doppia modalità che potrete scegliere nella selezione titoli.

SNK 40TH Anniversary Collection
Rambo sei tu??? Mi sa di no… ma forse è il gemello!

Se tutto ciò non bastasse potrete anche scegliere il metodo di visualizzazione oltre comunque alla possibilità di salvataggio in qualsiasi punto e anche il riavvolgimento in caso di game over o per scoprire segreti e riprovare intere sezioni. Oltre al gioco vero e proprio, la SNK 40TH Anniversary Collection ci propone anche momenti di approfondimento tramite la modalità Museo in cui potremo trovare screenshot, bozzetti, materiale promozionale, immagini dei cabinati originali e tante annotazioni oltre alla colonna sonora di tutti i giochi inclusi. Piccole chicche che faranno felici i più nostalgici e ci faranno scoprire piccole curiosità.

Considerazioni finali

Questa collection fortunatamente è bella ricca e ci donerà molte ore di intrattenimento rendendo l’acquisto quasi obbligato. Devo ammettere che la scelta di presentare un prodotto in parte completo fa storcere un po’ il naso ma dobbiamo anche dire che già con il suo contenuto iniziale,  SNK 40TH Anniversary Collection, ci terrà incollati allo schermo per molto tempo.

Graficamente nessuna novità dal fronte, i giochi presentano la grafica originale senza nessuna miglioria ma bisogna ammettere che la maggior parte dei titoli è invecchiata davvero bene. Molto simpatica la possibilità di scegliere il formato di visualizzazione, così come lo sfondo disegnato che accompagna i titoli. Anche i menu’ graficamente sono molto gradevoli donandoci un qualcosa di totalmente completo e colorato.

SNK 40TH Anniversary Collection
I soldati psicopatici… i titoli erano l’anima del commercio

Il gameplay è immediato e sicuramente divertente, adatto davvero a tutte le età e a tutti i tipi di giocatori. Grazie a SNK 40TH Anniversary Collection, infatti, i più giovani potranno scoprire titoli che altrimenti nemmeno conoscerebbero mentre i più grandicelli rigiocarli e approfondirli magari anche dal lato “storico”.

La difficoltà di tutti i titoli e ben livellata con una curva che aumenta man mano che le ore di gioco passano. La longevità è davvero molto alta e tutta questa collection si presta ad essere giocata e rigiocata per molto tempo. Anche le musiche e il sonoro sono rimaste quelle di un tempo e vengono riproposte fedeli e originali.

Non c’è molto che effettivamente mi ha fatto storcere il naso anche se continuo a ripetere che in un futuro neanche troppo lontano, mi piacerebbe rivedere questi capolavori magari rimasterizzati affiancati comunque alle loro versioni storiche proprio per rimanere al passo coi tempi ed essere maggiormente appetibili alle nuove generazioni. Il ritocco, infatti, basterebbe dal punto di vista squisitamente grafico perché dal lato gameplay, questi titoli, non hanno nulla da invidiare ai cosiddetti giochi di nuova generazione. In ogni caso grazie SNK e grazie alla SNK 40TH Anniversary Collection per averci fatto ripassare questa ricca pagina di storia.

 

Valiant Hearts: The Great War – Recensione

Se c’è una cosa sulla quale sono fortemente convinto, è che gli utenti Nintendo meritavano di poter giocare a Valiant Hearts: The Great War sulla loro console casalinga. Questo già nel lontano 2014, quando il titolo firmato Ubisoft Montpellier uscì su tutte le piattaforme dell’epoca ignorando completamente WiiU, l’ammiraglia della grande N che con il suo bel paddone aveva già da poco ospitato il bellissimo Child of Light di Ubisoft Montréal. Fortunatamente è inutile piangere sul passato, ora che entrambe queste grandiose produzioni sono state finalmente rese disponibili su Nintendo Switch attraverso due versioni rivisitate per adattarsi al meglio a quelle che sono le feature che stanno rendendo celebre la piccola ibrida Nintendo.

Per chi non conoscesse Valiant Hearts: The Great War, questo altro non è che un’avventura in 2D fortemente incentrata sulla storia all’interno della quale saremo richiamati a vivere alcuni degli avvenimenti della prima guerra mondiale, che faranno da filo conduttore per una trama di fantasia che ben presto scopriremo essere più verosimile di quello che vorremmo. Un’attenzione nei particolari e la ricerca di un’accuratezza storica senza sbavature, resa possibile anche grazie alla collaborazione con gli autori della serie-documentario Apocalypse World War 1 e con l’associazione francese Mission Centenaire 14-18, son gli ingredienti chiave grazie ai quale questa interessantissima produzione riuscirà ad immergerci nel vivo di un mondo ludico capace allo stesso tempo di intrattenerci e di sensibilizzarci su un tema molto spesso ignorato dai videogiochi.

Valiant Hearts: The Great War
Non ti preoccupare, mia cara, ce la caveremo tutti… forse!

Dopo aver assistito all’incipit di Valiant Hearts: The Great War, che funge da rapido riassunto con il quale ci vengono ricordati gli avvenimenti che diedero il via al conflitto mondiale nel mai troppo lontano 28 luglio 1914, ci verranno presentati i personaggi che ci accompagneranno durante l’avventura. Siamo nel piccolo paesino di St. Mihiel, in Francia, e a ricevere la tremenda notizia è la famiglia di Karl, cittadino tedesco che viene richiamato dal suo popolo per affrontare quella che da lì in avanti verrà ricordata come la Prima Guerra Mondiale. Strappato ai suoi cari, Karl lascerà la moglie Marie ed il figlio appena nato Victor così come Emile, il padre della sua amata che a breve verrà anch’esso reclutato come cuoco nelle truppe dell’esercito Francese. Durante i vari scontri incontreremo presto anche Anna, una giovane infermiera, e Freddie, un soldato americano che ha deciso di reclutarsi spontaneamente dopo che la guerra gli strappò dalle braccia l’amore della sua vita. A questi si aggiungerà presto il piccolo Walt, un cane che funge da punto di contatto tra i personaggi e che saprà aiutare chiunque, incurante di quale sia l’uniforme indossata. Le vicende narrate sono ovviamente inventate, ma si riveleranno molto presto molto credibili, soprattutto dopo che prenderemo consapevolezza sugli orrori accaduti realmente sul fronte franco-tedesco, che farà da sfondo all’intera narrazione.

Valiant Hearts: The Great War
Una sezione di gioco che ci sensibilizza sugli avvenimenti che portarono alla distruzione della città di Reims.

Prendendo parte ai vari stage che frammentano il gioco, ci ritroveremo a gestire un gameplay tipico delle avventure punta e clicca infarcite di elementi di puzzle solving. Le azioni a nostra disposizione sono poche, e consistono semplicemente nella possibilità di muoverci e di sferrare un attacco con il quale stordire nemici (se presi alle spalle) abbattere fragili barriere o scuotere elementi ambientali. Per completare gli stage sarà, dunque, spesso necessario affidarci a numerosi oggetti ottenibili nei modi più disparati e da utilizzare per poter procedere. C’è da ammettere che i puzzle non saranno mai capaci di far andare in fumo i nostri neuroni, così come gli stage non saranno mai troppo vasti da causarci disorientamento, ma il gioco ci offrirà comunque un sistema di aiuti (a patto che non abbiate selezionato la modalità Veterano che li disabilita) grazie ai quali è impossibile rimanere bloccati.

E’ bene sottolineare comunque come tutte le azioni che dovremo compiere non fungeranno mai da riempitivo, risultando sempre ben integrate con gli avvenimenti narrati. Se in uno stage Emil per ottenere un vasetto di china, necessario per scrivere una lettera alla figlia Marie, bisognerà barattare tale oggetto con un calzino (da lavare e successivamente asciugare), sappiate che durante il conflitto rimanere con i piedi bagnati poteva essere fatale e che, dunque, tale stratagemma ludico va inteso sempre avendo in mente un quadro generale molto più ampio.

Anche il cane Walt saprà rendersi utile in più di un’occasione. Seppure non potremo controllarlo liberamente, questo eseguirà ogni ordine che gli verrà impartito risultando fondamentale in tutte quelle occasioni nelle quali un nostro intervento diretto potrebbe causarci la morte. Walt, infatti, non sarà mai attaccato dai nemici, e quindi sarà un fido alleato capace di muoversi con estrema discrezione.

In tutto questo ne esce sconfitta, in parte, solo Anna l’infermiera. In alcuni frangenti questa dovrà prendersi cura dei feriti attraverso un banale minigioco in stile quick time event, del quale probabilmente nessuno avrebbe sentito la mancanza. Ma non abbiate paura, come vedremo più avanti la valorosa volontaria saprà comunque riscattarsi in sezioni molto più esaltanti!

Valiant Hearts: The Great War
Se Walt si prende cura di Karl, è giusto che anche Karl si prenda cura di Walt con una pratica maschera antigas!

Prima ancora di essere un videogioco, Valiant Hearts: The Great War vuole presentarsi al pubblico come un progetto educativo; ed è proprio per questo che durante ciascun livello sarà possibile imbattersi in numerosi collezionabili sapientemente collocati, che ci offrono una finestra sulle realtà che accompagnarono coloro che la guerra tra il 28 luglio 1914 ed il 11 novembre 1918 l’hanno combattuta per davvero. Ogni oggetto che riusciremo a fare nostro, infatti, ci fornirà alcune informazioni su quella che era la vita dei soldati al fronte e di come questi vivessero le loro giornate. Tra i reperti più interessanti, potremo mettere le mani sui diversi tipi di piastrine adottate dai vari eserciti al fine di riconoscerne i propri caduti, su alcuni manufatti ricavati dagli uomini da oggetti di scarto quotidiani e su interessanti lettere inviate da e verso il fronte.

Anche i fatti storici che fanno da sfondo agli stage, ben differenziati tra loro, sono riassunti all’interno di un piacevole diario. Leggerne il contenuto non solo ci donerà di alcuni aneddoti legati alla prima guerra mondiale, ma ci farà lentamente rendere conto di come il level design dell’intero gioco ne sfrutti il potenziale per creare enigmi mai fini a se stessi e sezioni di gioco estremamente contestualizzate. Per fare un esempio molto semplice, ben presto ci verrà narrato di come venne introdotto l’uso delle mitragliatrici durante il conflitto, e di quelle che erano le limitazioni nel loro utilizzo. Tale micidiale arma, infatti, tendeva a surriscaldarsi dopo lo sparo di circa 200 proiettili, obbligando il suo utilizzatore a prendere delle piccole pause per non ritrovarsi tra le mani un oggetto inutilizzabile; in tale stage, “casualmente”, dovremo sfruttare proprio questi attimi per procedere e mantenere salva la nostra pelle e quella dei nostri compagni. Di esempi del genere ce ne sarebbero a volontà, legati alle guerre di trincea e alla terra di nessuno, ai combattimenti sotterranei di Vauquis, all’utilizzo per la prima volta del gas cloro e di come per sopravvivere l’unico metodo era quello di coprirsi bocca e naso con un panno imbevuto di urina; mettete le mani sul gioco e vi assicuro che ne rimarrete ammaliati dall’enorme potenziale educativo.

Valiant Hearts: The Great War
Mi dispiace amico mio, per sopravvivere c’è solo una cosa da fare!

Sul fronte tecnico non c’è veramente nulla da criticare nel lavoro di Ubisoft Montpellier. L’utilizzo dell’UbiArt FrameWork (il motore grafico proprietario utilizzato dalla casa francese a partire da Rayman Origins) ha permesso al team di sviluppo di realizzare una piacevolissima avventura grafica in 2D che non ha nulla da invidiare alle produzioni tripla A. Lo stile cartone animato -con i suoi tratti grossi e decisi- riesce a trasmettere gli orrori della guerra senza la necessità di doverli rappresentare a schermo con tutta la loro violenza, ma allo stesso tempo permette al giocatore di metabolizzare una narrazione dipanata attraverso racconti che di pacifico hanno ben poco.

Anche l’accompagnamento sonoro aiuta in questo, e ci saprà emozionare attraverso musiche evocative ed effetti sonori spesso devastanti. Il titolo è completamente (e ottimamente) doppiato in italiano per quanto riguarda la narrazione, mentre i vari personaggi durante le fasi di gioco si esprimono attraverso brevissime frasi nella loro lingua (semplicissimi “Merci Beaucoup” o “Thank you Very Much my Friend”), aumentando ancora una volta il coinvolgimento del giocatore. Interessanti anche alcuni stage che ci vedranno guidare veicoli nei panni di Anna, mentre fugge da pericoli che cercheranno di farci fuori a ritmo di musica. Tali sezioni non offrono una vera e propria sfida, in quanto infarcite di checkpoint e prive di collezionabili, ma fungono da interessante punto di congiunzione tra i quattro grandi capitoli attraverso i quali vengono narrate le vicende.

La conversione su Nintendo Switch è risultata ottimamente realizzata e sull’ammiraglia Nintendo Valiant Hearts: The Great War si presenta fluido sia in docked che in portatile. Proprio su quest’ultima modalità è possibile fruire del gioco anche attraverso i controlli touch offerti dallo schermo della console; una configurazione ben realizzata e molto comoda, che però in questo contesto non fa sentire la sua mancanza qualora decidessimo di giocare comunque attraverso i controlli standard. Niente da segnalare nemmeno per quanto riguarda glitch e bug, la conversione del titolo ne esce inattaccabile anche dopo le circa 7 ore necessarie per portarlo a termine.

Dal menù principale sarà possibile anche accedere ad un contenuto Extra, decisamente interessante, che racconta attraverso un fumetto quello che era il ruolo dei cani durante il conflitto.

Se mi doveste chiedere cosa penso di Valiant Hearts: The Great War in poche, semplici parole, vi direi che questo rappresenta un progetto dal valore produttivo inestimabile, capace di accompagnarci attraverso un racconto poetico e devastante allo stesso tempo. Non mi vergogno nemmeno nel dirvi che il finale è riuscito a strapparmi qualche lacrima, nonostante lo stessi rivivendo per la seconda volta (giocai già il titolo all’epoca su PS4). Viene da sé che, seppure Valiant Hearts rappresenti probabilmente uno dei titoli migliori di sempre per quanto riguardi il mio bagaglio culturale videoludico, io possa consigliarne l’acquisto veramente a chiunque, senza il timore di essermi fatto prendere troppo dalla soggettività del caso. Le carte in tavola sono tante e sono state sfruttate a dovere, al punto tale che continuerò sempre a sperare in un nuovo progetto, magari basato sulla Seconda Guerra Mondiale.

The Walking Vegetables: Radical! Edition – Recensione

Che belli gli anni ’80. Camicie sbottonate, petti villosi, baffoni a manubrio, verdure mutant…no, aspetta. Gli anni ’80 rappresentati in The Walking Vegetables hanno una particolarità che non ricordavo: a quanto pare, un’invasione di frutta e verdura zombie ha minacciato la tranquillità della Terra. Allora, la polizia ha reagito, afferrò pistole, fucili, lanciamissili e si tuffò in questa mischia mortalmente salutare.

the walking vegetables

The Walking Vegetable Radical! Edition non è altro che la versione aggiornata – anche per console – della versione vanillia dello stesso gioco uscito su PC nel 2017. The Walking Vegetable si presenta come un twin-shooter con elementi roguelike, il tutto caratterizzato da un’estetica vagamente vaporwave e da una colonna sonora composta da musica sintetica. Detta così, questo gioco desta ben più di una curiosità – e non soltanto in quelli che odiano le verdure. Questa “narrativa” sopra le righe accompagnata da uno stile artistico divertente e affascinante allo stesso tempo, rendono The Walking Vegetable un gioco splendidamente costruito. Tuttavia, come per ogni roguelike, l’elemento frustrazione è dietro l’angolo e The Walking Vegetable non fa quasi niente per superarlo – anzi, a volte sembra abbracciarlo con un sorriso. Ma andiamo a vedere nel dettaglio cosa è che rende questo gioco un’esperienza da ricordare, nonostante tutto.

the walking vegetables

Come detto nell’introduzione, la narrativa del gioco è abbastanza blanda. Il protagonista è un poliziotto e viene incaricato dal capo della polizia di andare a controllare un quartiere nel quale stanno accadendo cose strane. Neanche a dirlo, le verdure mutanti sono ovunque. Tocca quindi a noi armarci fino ai denti e far scorrere succo di limone per le strade di questa città.

the walking vegetables

Le meccaniche del gioco sono semplici così come lo è l’idea di fondo. Seguendo delle frecce, dovremo ripulire varie zone di una mappa, fino a che non arriverà un piccolo alieno che, una volta battuto, ci apre l’accesso alla battaglia contro il Boss del livello. Il giocatore può sparare tramite il grilletto destro e mirando con la levetta destra. In più, con il pulsante R si possono sferrare colpi melee. The Walking Vegetables ricorda sotto molti aspetti Enter the Gungeon, gioco pubblicato da Devolver Digital dove bisognava farsi strada a suon di proiettili in labiriti generati proceduralmente. Allo stesso modo, in The Walking Vegetable la conformazione delle mappe varia leggermente da partita a partita. Pure i nemici che affronteremo cambieranno ogni volta che cominceremo un nuovo playthrough: da broccoli, zucche e cipolle, fino a mele, porri e limoni. Proprio i limoni sono uno dei nemici più infidi, perché ogni tanto rilasceranno del succo acido che ci leverà della vita se ci cammineremo sopra. La varietà della frutta e verdura è alta, ed è decisamente spassoso vedere in che modo gli sviluppatori hanno interpretato la mutazione di uno specifico ortaggio.

the walking vegetables

Per combattere la noia della ripetitività tipica dei roguelike, The Walking Vegetable ha un sistema di abilità – in tutto venti – che si sbloccheranno se riusciremo a soddisfare determinati prerequisiti. In totale, si possono equipaggiare solo quattro abilità, rendendo perciò “fresca” ogni nuova partita – almeno per quelli a cui piace sperimentare soluzioni diverse. Inoltre, uccidendo i nemici, distruggendo lo scenario o aprendo casse, è possibile trovare armi da aggiungere al nostro arsenale (per quella partita). Fondamentale è cercare di avere abbastanza armi e proiettili prima di affrontare i boss – non è proprio consigliabile cercare di buttare giù un broccolo gigante con solo una pistola.

In aggiunta, il gioco presenta anche una modalità multiplayer locale. L’unica limitazione sta nel fatto che non è possibile utilizzare solamente un Joy Con per giocare, ma è necessario utilizzare la coppia oppure il Pro Controller, in alternativa. Anche se questa cosa fa storcere leggermente il naso, ormai possiamo dire che ci siamo abiutati a giochi che non utilizzano questa peculiarità della Nintendo Switch. Uno fra tutti, per fare un esempio, Salt & Sanctuary.

the walking vegetables

Ma vero fiore all’occhiello di The Walking Vegetable è il comparto artistico. La grafica a 8-bit è accompagnata ad un’estetica leggermente vaporwave: possiamo infatti notare una prevalenza dei colori rosa e fucsia, tramonti, palme, e il richiamo alla tecnologia passata, in questo caso, i VHS. Tutto il gioco appare come se fosse stato registrato su una videocassetta. Inutile dire che l’effetto finale è semplicemente meraviglioso. Ad dare il tocco di grazia a questo comparto artistico così ispirato ci pensa la colonna sonora, con tracce di musica sintetica che si stampano nella testa senza via di scampo. Un gioco simile che aveva fatto largo uso dell’estetica vaporwave è Hotline Miami – ovviamente, solo sul piano dell’ispirazione per il comparto artistico queste due opere si assomigliano.

the walking vegetables

L’unica pecca di The Walking Vegetables è che non ammette (quasi) errori. Dovremo farci largo fra i vari livelli senza avere mai la possibilità di recuperare vita se non raccogliendo cuori in giro per le mappe – sempre se li troviamo. Le abilità si sbloccano molto lentamente, facendo impiegare un tempo forse eccessivamente lungo al gioco per decollare. Diventa decisamente frustrante riaffrontare orde di frutta e verdure da capo, prima di poter andare effettivamente avanti. Questo anche perché il gioco è tutt’altro che facile. Non per dire che è difficilissimo o che richiede abilità fuori dal comune per essere completato, ma The Walking Vegetables vuole una certa maestria per essere portato a termine – e anche un sacco di amore e volontà per essere riaffrontato più e più volte. Il lato positivo del fattore rigiocabilità è da una parte il comparto artistico delizioso e dall’altra la possibilità di giocare in cooperativa. La noia della frustrazione o la difficoltà di un livello vengono decisamente a meno se portiamo un amico a compiere strage di ortaggi insieme a noi.

the walking vegetables

Per concludere, The Walking Vegetable Radical! Edition è un gioco interessante, con un’estetica ed un comparto sonoro che catturano incredibilmente l’immaginario del giocatore. Il gameplay è molto divertente. Guardare quei mini broccoli o quelle zucche esplodere regala una certa soddisfazione. Il sistema di abilità, seppur valido, è un po’ lento a decollare, ma infine è in grado di motivare il giocatore a rigiocare i livelli per sbloccarne altre o tentare un nuovo approccio. Questo gioco è particolarmente adatto per sessioni brevi, ma molto intense. Perdere tutte le armi e i progressi fatti dopo decine di minuti passati a far scoppiare pomodori, non è sempre facile da digere. Tuttavia, il fatto che The Walking Vegetables può essere giocato in multiplayer locale aiuta a combattere la ripetitività di fondo derivata dalla natura roguelike di questo gioco. Tutto sommato, non c’è niente di meglio che stare insieme ai nostri cari e sparare a delle verdure assassine.

Moonlighter – Recensione

Tanto tempo fa, nel corso di alcuni scavi archeologici, fu portata alla luce una serie di varchi. Ben presto la gente si rese conto che questi antichi varchi conducevano ad altri regni e nuove dimensioni. Vicino al sito archeologico fu fondato un piccolo villaggio dedito al commercio, chiamato Rynoka, che permetteva a coraggiosi e spericolati esploratori di entrare in possesso di tesori inestimabili…

Questa è l’introduzione di Moonlighter, uno dei progetti più interessanti di 11 bit studios. È un titolo ambizioso sotto molti punti di vista, che va assolutamente trattato con calma. Volete sapere perché? Beh, facciamo prima a capirlo assieme.

La trama di Moonlighter è decisamente semplice: il giocatore interpreta Will, un mercante che sogna di diventare un avventuriero. Sfortunatamente la sua società non glielo permette, e a causa delle sue basse abilità da lottatore si ritrova spesso a morire nei dungeon. Un giorno, però, trova una nuova motivazione che lo spingerà a realizzare il suo sogno. Nel mentre, dovrà continuare a gestire la sua piccola attività.

Moonlighter
Indipendentemente dalla difficoltà, il gioco risulta comunque tosto. Di conseguenza, tutti possono giocarci… ma molti si prenderanno un sacco di pacche sui denti!

Se qualcuno mi chiedesse che tipo di videogioco è Moonlighter, risponderei così: “è un GDR roguelike con una parte particolarmente importante di gestionale“. Non avete capito? Beh, è naturale! Il mio compito, oggi, sarà quello di spiegarvi le due fasi di gameplay, quella Roguelike e quella Gestionale.

Partiamo dalla più facile: quella Roguelike. Il giocatore ha a disposizione 5 dungeon da esplorare, e ciascuno di essi è pieno zeppo di nemici e materiali. All’interno del tutorial si potranno apprendere i comandi base come la schivata (ZL), l’attacco (A/B) e la possibilità di usare consumabili (ZR). Oltre a questo, sarà possibile usare X per aprire l’inventario. Questa parte si amplierà ulteriormente giocando, ottenendo materiali utili per superare le avversità.

Giustamente, qualcuno di voi potrebbe dire che Moonlighter offre pochissimi dungeon. È un’affermazione che risulta naturale, ma per fortuna è errata. Moonlighter riesce a risolvere il problema della quantità di dungeon proponendo un sacco di nemici e molti materiali. Inoltre, il gioco è volutamente molto difficile, indipendentemente dalla difficoltà selezionata. Questo vuol dire che vi ritroverete spesso a fare il primo dungeon più volte di quanto vogliate ammettere!

Moonlighter

Quando credete di aver esplorato abbastanza la zona, può premere Y per tornare in città. È proprio qui che entra in gioco la seconda fase, quella gestionale.

Durante la giornata il giocatore può aprire il negozio per vendere agli abitanti i materiali che ha trovato durante l’esplorazione. Qui bisogna prestare molta attenzione perché questa fase è più complessa di quel che sembra.

In questa fase il giocatore può mettere il materiale che ha trovato in vendita. Giustamente, dovrà anche scegliere il prezzo. All’inizio il giocatore andrà a tentativi ma, col tempo, capirà quali sono i prezzi migliori. Se volete guadagnare molto dovrete capire quali sono i prezzi migliori per ciascun materiale, e gestire la loro vendita. Lentamente, capirete qual’è il valore massimo di vendita di un oggetto. Quando questo accade, le vendite saranno altissime!

Moonlighter
Non dimenticatevi mai di aprire il negozio: è la vostra fonte principale di denaro!

Oltre a questo, la fase gestionale comprende anche il grinding. Guadagnando oggetti e materiali, il giocatore può spenderli per acquistare armi, armature ed altri oggetti. Oltre a questo, potrà costruire nuove strutture ed espansioni per migliorare i propri guadagni. Da tutto ciò, si può concludere dicendo che Moonlighter è un ottimo gioco, che unisce il roguelike col gestionale tramite il concetto del grinding.

Quali sono i veri cavalli di battaglia di Moonlighter? Molti, a dire la verità. Fin dall’inizio si può notare un’ottima qualità nel comparto gameplay. Il gioco presenta una sorta di “bestiario dei materiali”, utile per tenere sempre sott’occhio i valori dei vari oggetti. Oltre a questo, è necessario evidenziare l’ottima colonna sonora e la fluidità delle animazioni. Anche se Moonlighter è un gioco “a BIT”, da la sensazione di non esserlo. Alcune volte le animazioni sono talmente fluide da lasciarti senza fiato. Personalmente, credo sia la prima volta che gioco ad un titolo “a BIT” con una fluidità del genere!

Moonlighter
Come è possibile vedere, non è importante completare il dungeon. Piuttosto, bisogna raggiungere la fine col miglior equipaggiamento possibile. Questo si traduce anche come “grinding extra”, ma gli sforzi saranno ricompensati

Come molti altri giochi, Moonlighter presenta vari difetti che non si possono tralasciare. L’inventario risulta fin da subito troppo piccolo del normale e non sempre la schivata risulta precisa. Oltre a questo, il titolo potrebbe facilmente risultare ripetitivo per chi vuole assaporare l’esperienza con tranquillità. Oltre a questo, è giusto dire una cosa: se non siete amanti dei GDR, dei Roguelike, dei gestionali oppure del grinding, Moonlighter non fa per voi. Per quanto lo abbia apprezzato, mi sento di sconsigliarlo a chiunque non adori questi generi.

Concludendo, Moonlighter riesce ad impressionare il giocatore con un gameplay stranamente innovativo. Unire il Roguelike con il Gestionale è un’idea interessante e questo titolo dimostra che funziona. Probabilmente molti non lo acquisteranno a causa della necessità di grindare, ma per tutti gli altri il prezzo (€24,99) risulta giusto. Ora è il vostro turno. Supererete i cinque dungeon? Diventerete ricchi sfondati? Sarete voi a deciderlo!

DERU: the art of cooperation – Recensione

Da oltre due anni la Ink Kit Studio sta lavorando ad un titolo puzzle cooperativo chiamato DERU: the art of cooperation. Si tratta di un titolo cooperativo dalla grafica semplice e rilassante. Dopo averlo provato, è giunto il momento di recensirlo. Sarà un ottimo gioco per i veterani, oppure risulterà un’occasione sprecata? Scopriamolo assieme!

Deru: the art of cooperation si tratta di un puzzle game studiato per essere giocato in cooperativa. I giocatori prendono i panni di due creature dalla forma geometrica (che chiameremo Bianca e Nero per comodità) e dovranno, assieme, risolvere il puzzle di turno. Ogni livello segue uno schema piuttosto simile: i giocatori devono raggiungere un determinato luogo aiutando – nel mentre – il proprio collega. Per rendere le cose più difficili, il giocatore non può toccare qualsiasi cosa presente nella zona del suo stesso colore. Se lo fa, sarà obbligato a ricominciare il livello. È interessante notare che se il giocatore tocca oggetti del colore opposto si formerà una sorta di “effetto muro” che si rivelerà utile in molti casi. In tal modo il giocatore aiuta il compagno, incentivando la cooperazione.

Tutto questo – però – non è abbastanza. Col tempo è possibile scoprire nuove meccaniche che renderanno l’avventura più complessa. Non solo che il protagonista potrà cambiare forma, ma sarà in grado di passare parte della sua “essenza” all’altro giocatore. In questo modo si diventerà rapido e fragile, mentre il compagno sarà più lento e possente.

Giocando DERU: the art of cooperation si potrà notare la presenza di una storia, che lega in maniera semplice i vari puzzle.

Ciò che rende DERU: the art of cooperation un progetto interessante non è il suo gameplay, ma il design. Ormai sapete bene che tratto pochissime volte dei concetti di grafica o design perché spesso non li reputo fondamentali. DERU, invece, mi ha sorpreso! Le ambientazioni proposte sono minimali, ma anche pulite ed immediate. Oltre a questo, i colori utilizzati e la sinfonia proposta rendono il tutto rilassante. Giocare a DERU è una gioia per gli occhi e per le orecchie, indipendentemente da ogni cosa.

DERU: the art of cooperation stupisce il giocatore sotto un altro punto di vista: la difficoltà. Il team di sviluppo è riuscito nell’intento di proporre un gioco tosto, che chiede al giocatore riflessi, pazienza ed un buon lavoro di squadra. Non sono poche le volte in cui si può notare che il livello è difficile solo se lo si affronta nella maniera sbagliata. Questo non significa che è un titolo facile, ma con la giusta strategia ogni gruppo di amici potrà completare questo titolo!

DERU: the art of cooperation
DERU: the art of cooperation propone 5 mondi, e ciascuno di essi possiede 12 livelli circa. Ogni livello propone al giocatore una buona difficoltà e, a seconda delle abilità della squadra, i livelli saranno più o meno facili.

DERU: the art of cooperation possiede dei difetti? Si, alcuni più “dannosi” di altri.

Il primo problema riguarda la gestione della difficoltà del titolo. Come detto prima, il gioco potrebbe risultare così difficile da essere frustrante. Oltre a questo, però, vorrei parlare di un dettaglio a parte: il single player.

Dovete sapere che questo titolo permette di giocare in solitaria controllando le due creature tramite i Joy-Con. Ora, per capire quello che sto per trattare mi serve un gioco dello stesso genere ma completamente diverso: Semispheres. Questo titolo – indipendentemente da tutto – proponeva una colorazione dei personaggi che richiamava la coppia di Joy-Con rosso-blu. In questo modo il giocatore singolo aveva, nel bene e nel male, un punto di riferimento per muovere i personaggi.. Giocando DERU in solitaria, invece, si nota che sarebbe necessario trovare un qualcosa che avrebbe aiutato il giocatore a capire quale personaggio sta muovendo. Probabilmente un effetto Rumble avrebbe fatto comodo.

Questo, però, non è il problema più grande per quanto riguarda il single player.

DERU: the art of cooperation è oggettivamente pensato per essere giocato in due. In tal modo ogni giocatore pensa alla propria creatura supportando, nel mentre, il compagno di squadra. Ebbene, giocare in singolo DERU è un vero atto finalizzato alla pura rabbia e frustrazione. Già dal secondo capitolo risulta necessario essere veloci come un fulmine per evitare colonne di colore che appaiono senza dire niente, e se si gioca da soli la necessità di dover tenere sotto costante controllo le due parti potrebbe veramente innervosire. mi sento, quindi, di NON consigliare DERU: the art of cooperation agli amanti del giocatore singolo!

DERU: the art of cooperation

Concludendo, DERU – the art of cooperation è un videogioco pensato per essere giocato in due e sicuramente gli amanti del genere lo apprezeranno. La sua semplicità, unita alla difficoltà proposta, rendono il titolo allettante. Curiosamente, i difetti più grandi si notano solo se si prova a giocare in solitaria. Nel complesso, è un titolo che mi sento di consigliare a tutti gli amanti del genere, mentre per gli altri è meglio aspettare uno sconto.

The Bug Butcher – Recensione

The Bug Butcher è un titolo che richiama gli anni ’90, le polverose sale giochi, gli arcade ben fatti immediati quanto innovativi ed entra di diritto nella mia top ten degli indie da prendere assolutamente su Switch. Poche volte ho iniziato le mie recensioni dando già indicazioni sui meriti del titolo e raramente mi espongo così tanto ma questo gioco merita davvero.

Super Pang
Che gioco che era Pang, quanta nostalgia…

Voi ve lo ricordate Pang? Lo si trovava sia nelle sale giochi ma anche sui primi PC e sull’Amiga 500 ed era un gioco che aveva fatto della sua immediatezza una virtù,  attraendo una grande fetta di pubblico sia casual che hardcore. Sviluppato dalla Mitchell Corporation e pubblicato nel 1989 da Capcom,  vi permetteva di affrontare una serie di stage in giro per il mondo nei panni di due esploratori che dovevano distruggere tutte le palle colorate che cadevano dal cielo prima con un arma semplice, un arpione, che via via si poteva potenziare tramite molti coin up. Era divertente e lo è ancora, vi permetteva di affrontare il tutto anche in uno scoppiettante multiplayer locale e fu un vero successo.

Ma tutto ciò cosa c’entra con The Bug Butcher? Semplice, l’omaggio a Pang permeane su tutto il gioco e dal primo start la somiglianza tra i due è palese. Ma non è ne un clone ne una copia, lo potremo definire un omaggio avente una propria anima visto che comunque ha delle proprie peculiarità che ne fanno un piccolo capolavoro.  Inizialmente il titolo è stato sviluppato da Awfully Nice Studios ed in particolare da due ex membri di Blizzard: Till Aschwanden e Rainer Zoettl.

The Bug Butcher
Sisi, c’è una certa somiglianza… un omaggio sicuramente!

Pubblicato nel 2016 su pc e console, ha ricevuto un vero e proprio plebiscito facendo incetta di numerosi premi tra cui il “The Big Indie Pitch” al GDC Europe.  Ma quale miglior console se non la strabiliante e piccola Switch per accogliere nuovamente questo gioco tra noi con l’aggiunta della Co-Op locale da sfruttare ovunque si voglia? Preparatevi ad aprire i vostri portafogli per dare l’opportunità ad un gioco, che vi farà divertire sia in singolo ma anche in compagnia, di entrare nelle vostre vite con spensieratezza e divertimento.

Pang? No, The Bug Butcher!

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, un piccolo e tenace sterminatore di nome Harry, ha un innato talento nel far fuori tutti gli insetti che distruggono il pianeta e questo non passa in sordina. Alcuni scienziati sopravvissuti ad uno sterminio globale e che si sono rifugiati in un centro di ricerca futuristica, chiamano in soccorso il nostro piccolo eroe in quanto accerchiati dagli insettacci cattivi.

The Bug Butcher
Il coin-up vi renderà il blaster invincibile!

Non ci resterà altro che correre subito in loro aiuto e affrontare numerosi stage eliminando quanti più insetti possibili fino alla totale e completa decontaminazione dell’edificio. Ovviamente la nostra missione non sarà delle più semplici ed oltre ad uccidere i numerosi insetti dovremo anche raccogliere tantissime monete importantissime per la riuscita della missione ed oltretutto proteggere i numerosi scienziati che saranno costantemente delle appetitose prede per i nemici. Questi ultimi sono numerosi e vari, ognuno presenta le proprie peculiarità ma anche numerosi punti deboli che ci aiuteranno ad eliminarli.

Ovviamente tutto si baserà sui nostri riflessi che dovranno essere veloci ed immediati ma anche la raccolta di molti power up ci aiuteranno nel prosieguo nelle missioni. Per andare avanti nei vari stage, ovviamente, avremo bisogno di un minimo di stelle (da una a tre) che ci verranno assegnate alla fine del livello a seconda delle monete raccolte e bisognerà stare molto attenti ai colpi ricevuti dagli insetti che ci faranno perdere numerose monetine.

The Bug Butcher
Grazie a questo potere, fermeremo tutti gli insetti congelandoli e distruggendoli!!!

Considerazioni finali

Il gioco è divertente, tanto basterebbe per etichettare The Bug Butcher come un must have per la nostra piccola e amata Switch ma se a questo ci aggiungiamo anche un’ottima giocabilità e tante buone idee, sarebbe davvero un peccato lasciarlo solo e abbandonato.

The Bug Butcher
La grafica è deliziosa e gli effetti particellari stupefacenti!

Graficamente il gioco è delizioso con molti sfondi ben fatti e animati, effetti particellari davvero grandiosi e dei personaggi adorabili disegnati in stile cartoon, ricorda molto quello Splasher molto piaciuto al nostro Sisko; tutto gira in docked a 1080p con 60fps granitici che non soffrono del minimo rallentamento e in portatile a 720p con la presenza, anche qui, dei 60fps costanti. Che dire del gameplay… frenetico, immediato e divertente che ben si adatta a giocatori di tutte le età che troveranno tante ore di spensieratezza in questo The Bug Butcher che ha saputo rispolverare con tenacia il genere arcade. I comandi sono semplici con tutti i movimenti di Harry affidati all’uso dello stick sinistro mentre i pulsanti sono dedicati allo sparo o alla scivolata, molto utile per afferrare più monete possibili quando la situazione diventa caotica.

La difficoltà si attesta su ottimi livelli non rendendo mai il gioco frustrante ma alzandosi livello dopo livello in modo da permetterci di imparare bene le varie combinazioni di tasti e saperle gestire al meglio. La trama risulta non propriamente il fulcro del gioco con oltretutto nessuna possibilità di visualizzare i sottotitoli in italiano non essendo presente la nostra lingua ma questo è passabile; tutto ciò è di contorno ed anche non capire alcune frasi non pregiudica l’avventura. Le musiche e il sonoro sono ottime, ben si adattano alla freneticità del gioco e non disturbano minimamente ma anzi, presto vi entreranno nel cervello.

The Bug Butcher
Stage cleared… ben fatto ragazzi!

Il difetto più grande di The Bug Butcher è la longevità; la campagna riuscirete a completarla in una manciata di ore e la sola modalità extra è quella Panic, una sorta di orda a tempo che vi terrà impegnati magari in co-op. Trenta livelli son davvero pochini ma se paragonati al prezzo con cui questo gioco attualmente viene offerto (7,19€), il grande divertimento che questo ci dona, la frenesia che in cooperativa con gli amici elargirà grandi risate; possiamo sicuramente dimenticarci di ciò. The Bug Butcher merita e se come me avete amato Pang, fidatevi e non lasciatevelo sfuggire…

LEGO Harry Potter Collection – Recensione

Esiste un momento nella vita di qualunque appassionato di un brand, magari a causa della grande mole di titoli rilasciati a breve distanza l’uno dall’altro o da una lenta curva di rinnovamento dello stesso, nel quale il rischio di andare incontro a saturazione è dietro l’angolo. Nel caso specifico dei famosissimi titoli TT Games, ispirati ai leggendari mattoncini danesi, i talentosi ragazzi del team di sviluppo hanno saputo rinfrescare il gameplay di ogni loro progetto riuscendo nell’impresa ardua di donare a ciascuno di essi elementi dedicati capaci di differenziarli l’uno dagli altri. A variare la formula, nel tempo, ha contribuito anche l’enorme mole di proprietà alle quali il brand ha potuto accedere, anche grazie al supporto di un publisher del calibro di WB Games.

E’ così che negli ultimi anni abbiamo potuto immergerci in avventure di ogni tipo: in compagnia di loschi Pirati dei Caraibi, assieme al celebre Indiana Jones, nello spazio a combattere Darth Vader, al fianco dei più celebri super eroi. Ed è proprio con questi ultimi che le trasposizioni videoludiche dedicate ai LEGO devono aver trovato la formula magica per attirare nuovi giocatori; forse troppo aggiungerei, visto che degli ultimi sette capitoli ben quattro vedono come protagonisti un fiume di minifigures in calzamaglia!

LEGO Harry Potter Collection
Scansatevi babbani, sta arrivando Harry Potter!

Fortunatamente, TT Games sembra essersi ricordata dei tempi in cui erano proprio i tie-in a rendere imprescindibili i loro giochi e ci offrono oggi la possibilità di recuperarne uno dei migliori, sotto forma di interessante Collection per Nintendo Switch. Stiamo parlando di LEGO Harry Potter, ispirato alla celebre saga nata dalla mente geniale di J.K. Rowling, e del pacchetto che vede al suo interno entrambi i titoli nati nel 2010 (anni 1-4) e 2011 (anni 5-7) e riproposti già recentemente su PS4.

La LEGO Harry Potter Collection altro non è che la conversione uno a uno dei due capitoli dedicati agli amanti del mago occhialuto più famoso della letteratura. Al suo interno potrete prendere parte in pieno stile LEGO, fatto di umorismo e di interpretazioni comiche dei racconti originali, a tutte le pellicole cinematografiche che hanno narrato ciascuno dei sette libri scritti dalla grande Rowling. Essendo entrambi titoli realizzati prima di quel Lego Batman 2: DC Super Heroes che per la prima volta introdusse il doppiaggio dei protagonisti, le vicende vengono recitate senza l’ausilio di alcun dialogo. Per questo motivo solo coloro che conoscono molto bene i fatti narrati dalle storie originali sapranno cogliere ogni minima citazione e sfumatura, mentre a tutti gli altri la narrazione potrebbe apparire -seppure piacevole- piuttosto fumosa. In questo ci si mette in mezzo anche la necessità, piuttosto giustificata, di dover condensare all’interno di soli 6 livelli ciascuno dei sette romanzi, con l’eccezione de “I doni della morte” che anche al cinema necessitò di due film.

LEGO Harry Potter Collection
Ogni tanto è doveroso far visita al Paiolo Magico per… ballare sopra i tavoli?

La formula alla base del gameplay è quella che ci viene riproposta da sempre. In ciascun livello dovremo far collaborare tra loro diversi personaggi, ciascuno dotato di abilità particolari, per risolvere semplici puzzle ambientali e dirigere in maniera indiretta le vicende che fanno da collante alla narrazione. Come da tradizione, ogni stage è tappezzato da elementi distruttibili che spesso possono essere successivamente ricomposti per dare vita a costruzioni sempre più elaborate. Essendo il titolo ambientato all’interno di un universo popolato da maghi, sia buoni che malvagi, le caratteristiche con le quali ciascuna minifigure che andremo ad impersonare viene differenziata dalle altre sono proprio le numerose magie che sicuramente tutti conosciamo. Se il più delle volte è sufficiente armarsi di un buon Wingardium Leviosa con il quale manipolare i mattoncini sparsi al suolo, è proprio grazie ad altri sortilegi quali il Lumos che potremo liberarci di fastidiose piante rampicanti o accedere a zone troppo buie per essere esplorate in sicurezza. Anche le pozioni godranno di un ruolo cruciale, spesso per dotare gli eroi di poteri provvisori quali la super forza e l’invisibilità.

Gli elementi che richiamano ai capolavori di J.K. Rowling sono molti e qui vengono ottimamente contestualizzati per essere parte integrante del gameplay. Tra i meglio riusciti troveremo partite a Quidditchspecchi capaci di mostrarci i nostri desideri più remoti o alcuni scrigni dai quali fuoriescono le paure più grandi del personaggio che staremo impersonando in quel preciso momento. Anche i celebri quadri viventi sapranno rendersi utili all’interno delle numerose ore passate all’interno del castello di Hogwarts (che qui funge da hub di gioco) ed un impacciatissimo Nick-Quasi-Senza-Testa ci rivelerà i nostri obiettivi lasciandosi alle spalle la classica scia di gettoni fantasma.

LEGO Harry Potter Collection
Permesso, ho una mandragola impazzita da piantare. Dite a Neville Paciock di sistemarsi quei dannati paraorecchi!

Tra le fasi di gioco che ho maggiormente apprezzato, vi sono le sezioni poste tra un livello e l’altro della modalità storia. Diversamente da quanto avviene nei titoli più recenti, nei quali queste fasi spesso consistono in semplici spostamenti sulla mappa (qui tralaltro inesistente), qui verremo spesso richiamati a prendere parte a vere e proprie lezioni di magia, necessarie per sbloccare gli incantesimi e le pozioni che poi dovremo utilizzare durante gli stage successivi. E’ innegabile come in questo modo il coinvolgimento del giocatore appaia più spontaneo e, soprattutto, quanta passione sia stata messa in fase di sviluppo dal team nella cura di ogni minimo particolare.

Di cose da fare ce ne sono molte anche all’interno dei livelli, che come al solito devono essere affrontati almeno un paio di volte per poter essere completati in ogni loro aspetto. Per considerare uno stage completato sarà necessario scovare e salvare uno studente in pericolo, individuare i tre gettoni personaggio nascosti (con i quali acquistare successivamente le minifigure relative), raccogliere un numero minimo di gettoni per ottenere il titolo di “Mago autentico” ed infine risolvere quattro enigmi ciascuno dei quali dedicati ad uno dei fondatori di Hogwarts (Grifondoro, Serpeverde, Corvonero e Tassorosso).

Uno degli aspetti più riusciti di questa produzione, che forse col tempo si è un pò perso, è la presenza di un numero ben bilanciato di nemici da sconfiggere e di boss fight ben contestualizzate nelle quali è necessario studiare approcci mai banali per uscirne vittoriosi. Come al solito è possibile affrontare entrambe le avventure in split screen in compagnia di un amico, al quale sarà sufficiente allungare uno dei due JoyCon perché questo si unisca alla partita.

LEGO Harry Potter Collection
Alcune azioni possono essere svolte solo da determinati personaggi in possesso della giusta abilità.

Se dovessimo parlare della LEGO Harry Potter Collection come se fosse un nuovo gioco, questo ne uscirebbe per ovvie ragioni con le ossa rotte. Non tanto per quella che è la sua formula di gioco, rimasta pressoché invariata nel tempo, ma per il suo comparto grafico palesemente non al passo con gli ultimi capitoli del franchise. E’ evidente come i due episodi originali siano stati presi e convertiti senza alcun ritocco del caso. Non si conoscono i dettagli riguardanti la risoluzione del titolo su Nintendo Switch, ma posso garantirvi che se in modalità portatile il gioco è godibile alla perfezione è proprio quando la console viene riposta nella sua dock che questo si presenta con fondali forse troppo granulosi per essere goduti su schermi più grandi. Anche a livello di texture non sono stati fatti grandi rimasterizzazioni, e di fatto non vi è nulla che possa far apparire il gioco migliore rispetto a quanto visto in passato su PS3.

Se per quanto riguarda l’impatto visivo siamo comunque su livelli accettabili e che giustificano il “compitino” di TT Games, è a causa della presenza di alcuni bug già noti sulle versioni originali che questi avrebbero forse dovuto mettere mano al codice. Durante le numerosissime ore passate in compagnia di Harry e dei suoi compagni di corso mi sono imbattuto per ben due volte in situazioni durante le quali un personaggio finisse bloccato, obbligandomi a riavviare il livello. In una circostanza il titolo stesso è pure andato in crash, chiudendosi in maniera improvvisa.

LEGO Harry Potter Collection
Panorami piacevoli, ma forse un pò troppo retrò!

Ma l’amore per un brand passa anche di fronte a queste situazioni nelle quali si vorrebbe prendere la console e scagliarla contro il muro (in una di queste stavo affrontando il boss finale). Ed è proprio per questo che, a conti fatti, reputo LEGO Harry Potter Collection l’operazione commerciale perfetta per rilanciare nuovamente un brand che si stava dedicando fin troppo ai super eroi. Non sappiamo cosa ci aspetterà nei prossimi progetti ma una cosa è certa: per il prezzo di soli €39,99 se amate il buon Harry Potter e, come me, adorate passare il vostro tempo a distruggere mattoncini LEGO dovreste seriamente valutare l’acquisto di questo gustosissimo pacchetto.

Transistor – Recensione

Che cos’è la cosa più importante al mondo? La risposta a questa domanda difficilmente può essere immediata. Immaginiamo di porla a qualcuno con cui siamo perennemente in contatto. Tuttavia, questa persona non è in grado di parlare. Guardando i suoi comportamenti, le sue decisioni, facciamo supposizioni su cosa sia che spinge questo qualcuno ad andare avanti. Tuttavia, è impossibile saperlo con precisione, perché l’unico vero modo per venirne a conoscenza è tramite la bocca, la voce, del diretto interessato.

transistor

Transistor è il secondo gioco di Supergiant Games, già autori di Bastion. Transistor uscì nel 2014 per PC, PS4 e XboxOne. Ora, così come con Bastion, i possessori di Nintendo Switch possono mettere le mani su una delle gemme più brillanti del panorama indie dell’ultimo decennio. Come abbiamo visto nella nostra recensione, Bastion si distingueva per un approccio al game design decisamente particolare, soprattutto per quanto riguardava il comparto narrativo. Transistor prosegue su questa onda di idee ed innovazione, presentando un action-rpg costruito splendidamente, dove ogni singolo elemento è in grado di dire la sua se posizionato all’interno di un contesto più ampio. Infatti, sia dal punto di vista del gameplay che da quello narrativo, i ragazzi di Supergiant Games sono stati di nuovo in grado di far vedere di cosa sono capaci. La versione Nintendo Switch non presenta novità sostanziali rispetto alle versioni più vecchie. Cogliamo però l’occasione per ripassare insieme uno dei migliori giochi nato dalla scena indie.

transistor

La storia di Transistor comincia con un omicidio. La protagonista è una ragazza dai capelli rossi, di nome Red. Da un corpo senza vita, uno spadone blu comincia a parlare e con voce calda rassicura la ragazza. A questo punto, dal corpo lei estrae l’arma, che con tono preoccupato esorta Red a scappare dalla città. Lei non può rispondere: le hanno rubato la voce. Comincia così il nostro viaggio in questa splendida città distopica invasa da il Processo: dei robot che stanno sterminando la popolazione.

transistor

Come ho accennato nell’introduzione, cosa spinge qualcuno ad andare avanti? Perché Red è partita in cerca di Camerata, l’associazione che sta dietro l’invasione dei robot? Durante tutte le 5 ore di gioco che servono per completare il primo playthrough, la protagonista non dirà neanche una parola. Sarà solo la spada a parlare, ad indirizzarci, a commentare quello che sta succedendo. Cosa è successo alla città? Cosa è il Processo? Transistor non mette direttamente nelle mani del giocatore le risposte a queste domande. Tramite l’esplorazione di ambientazioni bellissime, dai colori accesi e precisi, saremo in grado di trovare informazioni aggiuntive sul mondo di gioco, il quale è profondo, complesso. Un futuro distopico, dove la civiltà si è ormai automatizzata e lo scopo di ciascuno è perseguire le proprie passioni, che viene piano piano eroso dall’avanzare del Processo.

transistor

Sicuramente, il comparto artistico è una delle qualità più brillanti di Transistor. Ogni stanza, ogni luogo, è semplicemente meraviglioso. Il giocatore è invitato all’esplorazione, ad osservare il dettaglio con cui la città di Cloudbank è stata ricreata. Con questa scusa, incontriamo lungo la strada dei terminali che provvedono a fornire un po’ di contesto agli avvenimenti di Transistor. Tutto questo risulterebbe però ridondante e ripetitivo, se non fosse per il sistema di combattimento.

transistor

Transistor viene definito un action-rpg. I combattimenti, infatti, sono sono un’unione fra un sistema a turni e uno in tempo reale. Innanzitutto, lo spadone che impugna Red (ovvero, il Transistor) è in grado di assorbire le anime delle persone così da sviluppare nuove funzioni. Queste funzioni non sono altro che abilità, che potremmo assegnare ai quattro pulsanti A, B, Y, X. Nel corso del gioco, aumentando di livello, sbloccheremo altre abilità, le quali possono essere combinate fra di loro. In questo modo, le mosse hanno effetti aggiuntivi, che possono andare da una portata maggiore fino alla capacità di attirare il nemico. I combattimenti si svolgono direttamente sulla mappa, e di solito sono presenti dei ripari, dietro ai quali ci potremo difendere. Questo perché, se premiamo ZR si attiverà una sorta di pausa tattica. In questa modalità, una barra in alto ci segnala la quantità di mosse che possiamo compiere: una volta esaurita, non ne possiamo fare altre. Le battaglie sono perciò incredibilmente tattiche ma al tempo stesso frenetiche. Con cautela dobbiamo pianificare le nostre mosse (le quali possono comunque essere cancellate, finché si sta nella pausa tattica). Nel momento in cui usciremo dalla pausa rilasciando la potenza dei nostri attacchi, ecco che dobbiamo cominciare a correre su e giù, evitando gli attacchi e riparandoci dietro i muri, fino a che la barra non si sarà ricaricata segnalandoci la possibilità di poter andare di nuovo in pausa tattica.

transistor

Questo sistema di combattimento è incredibilmente divertente e frenetico, mantenendo comunque un alto grado di strategia. Le abilità che abbiamo a disposizione sono fondamentali ed è cruciale il modo in cui le combiniamo tra di loro. Fattore interessante di questo sistema è il fatto che, se la barra della vita finisce a zero, la pausa tattica si attiverà automaticamente dandoci la possibilità di metterci in salvo e valutare meglio la situazione. Dopo due volte che ‘sfioreremo la morte’, non ci sarà il game over, ma ci verrà precluso l’utilizzo di una delle nostre abilità. Questa potrà essere riacquisita solo dopo aver fatto visita ad un numero preciso di checkpoint, nei quali possiamo salvare e gestire le nostre abilità.

Altra piccola raffinatezza di Transistor sono i modificatori, i quali aggiungono effetti come per esempio rendendo i nemici più forti, o impedendoci l’utilizzo della pausa tattica prima del game over. Tramite la loro attivazione, l’esperienza di gioco può diventare decisamente più complessa, alzando il grado di sfida in un modo piacevolemente inaspettato.

transistor

Inoltre, nel corso del gioco, ogni tanto ci imbatteremo in delle porte misteriose che conducono su una spiaggia, la quale siamo certi non appartenga a Cloudbank. Qui, potremmo accedere a sfide che testeranno la nostra padronanza del sistema di combattimento, ma anche – e soprattutto – alla modalità allenamento. Questa è fondamentale per provare le varie combinazioni di abilità e capire qual è quella che fa più al caso nostro.

transistor

Per concludere, Transistor era un capolavoro nel 2014 su PC, PS4 ed XboxOne, ed oggi nel 2018 è un capolavoro su Nintendo Switch. I temi trattati dal gioco sono incredibilmente complessi, ed altrettanto complesso è il modo in cui vengono comunicati. Cosa è la cosa più importante al mondo per Red? Salvare la città? E perché? La scelta di design di tenere il personaggio principale muto, mentre è la sua arma a parlare durante il viaggio, fa aumentare a dismisura l’immedisimazione del giocatore in questo personaggio, in questa cantante alla quale hanno rubato la voce. Saremo noi che dovremo capire cosa è che spinge Red, ma attenzione: lei non è noi, lei è una persona a sé, con le sue convinzioni, le sue paure. Sta a noi cogliere i vari segnali.

transistor

La versione Nintendo Switch gira una meraviglia, anche se non fa utilizzo del touch screen o del motion control. Resta comunque un piacere avere la possibilità di poter giocare a Transistor in modalità portatile – come al solito, vero valore aggiunto di questo tipo di port. Tuttavia, se vogliamo vedere il pelo nell’uovo a tutti i costi, ogni tanto si riscontrano dei rallentamenti abbastanza evidenti, ma questi solo nelle situazioni più concitate e con più nemici sullo schermo – specialmente se li facciamo esplodere tutti quanti contemporaneamente.

Transistor è un gioco profondo, molto ambizioso, che ha il coraggio di presentare una prospettiva tutta sua sia per quanto riguarda il design del gameplay che del comparto narrativo. D’altronde, Supergiant games ci aveva già abituato a questo. Come già accennato, il gioco in sé non è lunghissimo – in massimo 4-5 ore si può concludere la prima run. Una volta completato il primo playthrough, si sbloccherà il new game plus, nel quale terremo il nostro livello e le abilità sbloccate fin’ora, ma i nemici saranno più forti e spietati.

transistor

Non presentando novità considerevoli rispetto alle edizioni precedenti, chi ha già giocato a Transistor può tranquillamente passare oltre. Altrimenti, se le strade di Cloudbank vi hanno affascinato senza via di scampo, o ancora non avete avuto la possibilità di esplorarle, non vi resta altro che prendere il vostro Nintendo Switch e tuffarvi nel mondo futuristico di Transistor.

GRIP: combat racing – Recensione

Corsa nel passato

Spesso quando si pensa ai ricordi d’infanzia questi risultano sfocati, confusi, spesso coadiuvati dall’immaginazione; e così è anche per me. C’è una categoria di ricordi che rimangono però impressi nella mente come se tutto fosse avvenuto qualche istante prima, quei ricordi legati a momenti particolarmente felici, importanti o che hanno semplicemente lasciato un’impronta su di noi, in un modo o nell’altro; in quest’ultima categoria rientra sicuramente il vivido ricordo di quasi ogni gioco giocato da me e mio fratello di fronte ad un piccolo televisore, grazie alle prime console di fine anni novanta. Tra questi spiccano sicuramente quei titoli tanto di moda in quel periodo dove veicoli improbabili e futuristici sfrecciavano a velocità esagerata, quasi da far girare la testa, come Wipeout o Rollcage. Proprio da quest’ultimo titolo sembra prendere ispirazione il gioco protagonista della recensione, GRIP: Combat Racing, sviluppato da Caged Element e distribuito da Wired Productions pronto a sbarcare sulla nostra ibrida preferita dal 6 di novembre.

GRIP: Combat Racig

GRIP: Combat Racing

Grip: Combat Racing parte subito in quarta buttandoci da subito nel tutorial senza passare dal via (menù principale) dove ci vengono presentate da subito le caratteristiche fondamentali del titolo: velocità supersonica(dai 400 ai 1234 km/h), la possibilità di utilizzare varie armi grazie ai due slot dedicati e il totale ribaltamento delle leggi della gravità e della fisica. Dopo aver scoperto quindi che il nostro veicolo può tranquillamente correre lateralmente su una parete o anche sul soffitto grazie all’iper-velocità, e di poter ostacolare la strada al nemico con l’uso ponderato di qualche arma, abbiamo a questo punto la possibilità di scegliere tra le varie modalità presenti nel gioco, davvero tante per un arcade racer. Oltre alla classica campagna, utile più che altro ad aumentare di un po’ di esperienza per sbloccare nuovi componenti e veicoli, troviamo una quantità superiore al previsto nelle due macrocategorie; Il gioco infatti presenta due tipologie di competizione, ovvero la modalità corsa e la modalità arena; ognuna di esse presenta varie tipologie di gara.

GRIP: Combat Racig

La sempreverde corsa classica prevede che il giocatore vada alla massima velocità evitando ogni ostacolo per arrivare in prima posizione, con un solo vincitore che si aggiudica la pole position. Troviamo poi la corsa totale, che prevede di utilizzare tutte le armi a disposizione per eliminare più veicoli possibile, più se ne colpiscono, maggiore sarà il punteggio; un perfetto mix tra velocità e abilità offensive. Come terza alternativa troviamo invece la corsa ad eliminazione, una modalità davvero particolare, che prevede l’eliminazione dell’ultimo veicolo in coda ogni trenta secondi, in cui l’unico modo per garantirsi la sopravvivenza è sempre rimanere in testa. La penultima modalità di corsa è quella a tempo, dove dovremo macinare record su record in una pista totalmente dedicata a noi e libera da qualsiasi avversario, l’unico avversario da battere sarà il nostro stesso tempo, tentando di ridurlo di volta in volta, scorciatoia dopo scorciatoia, acrobazia dopo acrobazia. L’ultima in ordine di presentazione è la corsa Re della velocità, dove non troveremo alcuna arma edovremo affidarci alla pura e cruda abilità del nostro veicolo e delle nostre mani, guadagnando sempre più velocità e ostacolando gli altri con qualche manovra aggressiva.

GRIP: Combat Racig

Nella modalità arena sono disponibili in totale solo tre tipi di gare, minori nel numero ma in realtà anche più divertenti della gran parte delle corse viste sopra. In death match ci troviamo di fronte al battle royal su quattro ruote, si svolgerà tutto come nell’antica roma per i gladiatori: tutti contro tutti, senza nessuna pietà, in cui vince chi resta ben saldo sugli pneumatici per ultimo. Nella seconda delle tre arene troviamo la modalità Ruba il bottino, l’equivalente del classico guardie e ladri, solo che qui saremo tutti ladri. I veicoli vengono divisi in due squadre ed ognuna di esse dovrà tentare di rubare il bottino avversario per portarlo poi al proprio territorio, il tutto cercando ovviamente di non farsi massacrare dalle auto altrui e di non perdere il bottino. Dulcis in fundo, ci attende la modalità più caciarona e forse meno aggressiva di tutte, la bomba a tempo; dovremo evitare come la peste il veicolo portatore di una bomba termobarica ad orologeria, per non trasformare a sua volta anche il nostro stesso mezzo in una bomba ad orologeria. Un piccolo extra invece è riservato alla modalità single player, intitolato carkour, appunto un’alternativa su quattro ruote del normale parkour, dove dovremo affrontare nel minor tempo possibile tracciati via via sempre più difficili.

GRIP: Combat Racig

Opera di restaurazione

Tutte le modalità viste su offrono ognuna un’esperienza divertente, dinamica e faranno di certo la gioia per gli amanti degli arcade racing, di cui possiamo tranquillamente dire che GRIP: Combat Racing porta alta la bandiera. Tecnicamente il titolo non sfigura rispetto alle altre versioni, infatti esclusi i limiti oggettivi di un hardware sicuramente più limitato non si notano grossi problemi a riguardo. Noterete forse alcune texture leggermente sgranate, o qualche calo di framerate nei momenti più movimentati e caotici, ma gli sviluppatori hanno già chiarito che sono al lavoro per risolvere ogni singolo problema ed una patch in merito è prevista il giorno stesso dell’uscita sul mercato, quindi non bisogna temere sul risultato finale, già comunque su buoni livelli. Assolutamente nessun problema invece affligge il comparto sonoro, abbondante di temi elettronici e dubstep che accompagnano perfettamente ogni gara, donando ancora di più la sensazione di velocità ed adrenalina in ogni tracciato, che saranno esattamente 22, divisi in 4 pianeti ognuno con un’ambientazione ed un’architettura ben caratterizzata.

GRIP: Combat Racig

Simile anche nell’interfaccia a schermo, GRIP: Combat Racing riprende a pieno dallo spirito di Rollcage diventandone a tutti gli effetti un successore spirituale. L’adrenalina è la stessa, le corse acrobatiche e spericolate ci sono tutte e la necessità di calcolare al millimetro ogni manovra, o attendere il momento giusto per utilizzare le armi a disposizione sono ancora elementi fondamentali per la buona riuscita e la vincita finale. Il titolo perfetto per gli amanti del genere, ma anche per tutti i neofiti che hanno voglia di avvicinarsi ad un genere che negli ultimi anni non ha avuto esponenti importanti, se non l’unica grossa eccezione di Mario Kart, qui rivisto però in salsa cattiva e aggressiva. Sfreccia dritto al vostro cuore.